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CARATTERISTICHE E SCOPI
DELL'ASSOCIAZIONE
 
L’Associazione è apartitica, fondata sull’osservanza di regole democratiche ed ispirata a principi di pari opportunità tra uomini e donne nonché al rispetto dei diritti inviolabili della persona; non ha scopi di lucro.
L’Associazione si propone i seguenti scopi:
a) diffondere e promuovere la cultura della giustizia e della legalità;
b) promuovere la partecipazione attiva dei Cittadini alla vita sociale e culturale del proprio territorio regionale e nazionale;
c) favorire tra i Cittadini una comunicazione atta ad agevolare la conoscenza diretta di tutto quanto a vario titolo  li coinvolge e/o attiene alla vita sociale e culturale;
d) diffondere e valorizzare la cultura regionale;
e) svolgere attività di utilità sociale a favore di associati e/o di terzi.



ORGANI SOCIALI



Presidente:
Anna R.G.Rivelli

Vicepresidente:
Michela Merlino

Tesoriere (ad interim):
Michela Merlino

 



 

 






 


 


 


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La Casta dei giornali

 




Appello per la Giustizia - Per De Magistris  


 

 

 



 




Forza Clementina
 




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POLITICA
CARO CENTROSINISTRA LUCANO
20 luglio 2010

Potenza e Matera, così vicine e così “rivali”, in politica sembrano unite da un tragico destino. I due Comuni capoluogo boccheggiano (e non è colpa dell’afa) mentre una regione in affanno li sta a guardare purtroppo più rassegnata che attonita. Tra la gente, la gente normale che ogni tanto si vede riconoscere la dignità di popolo elettore ( sempre più inutile, viste le leggi e i “giochi di ruolo” dei protagonisti della politica ), il commento a quanto accade è ormai una smorfia muta o, al più, qualche esclamazione senza ambizione di esito; tuttavia un richiamo all’etica, prima ancora che alla coerenza personale ed alla ormai sputtanatissima questione morale, forse il cittadino comune è ancora in dovere di farlo, almeno per “morire” da protagonista nel dramma che è costretto a vivere.

Caro Centrosinistra lucano, baluardo di una opposizione che in Italia si assottiglia sempre più, forse è il caso che tu davvero ti renda conto di come appari ai cittadini che governi, a quelli che, subito dopo le elezioni, sembrano godere della stessa considerazione degli addobbi di Natale trascorso il giorno dell’epifania. So che queste critiche ti danno alquanto fastidio, ma ti assicuro che non è il caso, ancora una volta, di assumere un’aria di sufficienza e liquidare la questione con la solita scusa che la gente non può capire, che la gente non ha una visione totale del problema, che la gente parla senza cognizione di causa. La gente infatti, che è quella che vota, forza di resistenza o popolo bue, adesso veramente non ne può più; lo spettacolo che stai offrendo è più indecente di quanto poteva preventivare chi, vuoi per convenienza, vuoi per un senso di appartenenza o per una abitudine consolidata, con grandi aspettative o con il naso tappato, ti ha sostenuto e ti ha nuovamente affidato il proprio destino. Una persona “normale”, infatti, si domanda su cosa sono state disegnate le alleanze; magari la sua sarà una visione semplificata e parziale, ma in genere quando ci si unisce lo si fa sulla base di un progetto comune che si intende costruire, una sinfonia che non dovrebbe cambiare sostituendo i maestri d’orchestra, perché lo spartito lo si è già scritto insieme e tutti, esattamente tutti allo stesso modo, dovrebbero essere in grado di leggerlo e di riprodurne i suoni. Coalizzarsi, d’altronde, significa unirsi per avere più forza in vista di un obiettivo da raggiungere, un obiettivo che diventa talmente prioritario da catalizzare ogni forza e ogni sforzo dei gruppi e dei singoli. Purtroppo la coalizione che ha avuto l’ambizione ed ha acquisito il diritto di governare la regione e i due capoluoghi non appare esattamente così; l’armata Brancaleone era di certo più solida ed organizzata, almeno sembrava più idealista. I vari partiti che si sono uniti nella staffetta, giunti al traguardo si danno addosso il testimone, fanno a sberle, a cazzotti, a spintoni; la squadra, sotto lo sguardo basito del pubblico, non esiste più e solo perché il podio è troppo piccolo per farci salire su proprio tutti. La dialettica interna si riduce ad una sterile litigiosità, chi si è appiattito per timore di non entrare nella elettorale arca della salvezza, finito il diluvio sgomita per trovare più spazio, per sembrare più forte, più capace, più appetibile. Ma in Basilicata piove ancora a dirotto; le emergenze sono tante e la colomba col ramo d’ulivo è ben lontana dal sorvolare le nostre fabbriche, i nostri siti inquinati, i nostri giovani che se ne vanno, i nostri poveri sempre più poveri. Purtroppo ( e purtroppo per chi nelle sinistre si è sempre riconosciuto) i partiti avversari finiscono per avere sempre più ragione; e se anche fosse vero che fare l’opposizione è assai più facile ( cosa a cui, però, non può credere chi ha davvero in conto il valore della democrazia), forse sarebbe segno di grande acume comprendere che gli errori stigmatizzati sono sempre più spesso evidenze e non strumentali esercitazioni retoriche.
La posta in gioco è alta, forse assai più alta di quanto l’ arroganza del potere  riesca ad immaginare; le nostre città, la nostra regione hanno bisogno di essere governate e, di grazia, non con provvedimenti d’urgenza, ma con organizzazione e lungimiranza. Le poltrone che affannosamente oggi si cercano, rischiano di diventare le bare in cui da qui a poco riposare a lungo, ma molto, ma molto a lungo.
                            Anna R. G. Rivelli
SOCIETA'
CERCAVO DISPERATAMENTE L'UOMO
15 luglio 2010


Sul QUOTIDIANO DELLA BASILICATA di ieri è stata pubblicata la replica di don Dino Lasalvia alla risposta che la scrivente aveva fatto ad un suo precedente intervento ( vedi post EROS, THANATOS E AGAPE O BENALTRISMO); alla replica del sacerdote (  http://noicittadinilucani.ilcannocchiale.it/post/2509807.html  ) è apparso d'obbligo rispondere ancora.

L’esercizio retorico appartiene a chi , nel chiuso di una biblioteca, nel momento stesso in cui scrive di non voler fare “giudizi sommari sulla … persona” li fa con astio impareggiabile e, mi sia concesso, con sospetta misoginia; tuttavia non una parola userò in risposta a quanto è stato detto nei miei confronti da don Lasalvia, né mi occuperò ansiosamente di voler “tenere testa all’ira di tutti i cattolici della regione” per il semplice motivo che molti di loro ( la maggior parte, direi) non mi pare si sentano rappresentati dalle frasi sconcertanti che sono venute fuori dalla penna del sacerdote. Nemmeno, in verità, tremerò al pensiero di un Dio vendicatore dei presunti miei “demoni dell’intolleranza anticlericale”; se Dio fosse Dio di vendetta, sono certa, don Lasalvia, che molti come lei nella migliore delle ipotesi farebbero un altro mestiere, magari pagato anche meglio, ma almeno non con i soldi che anche io lascio mensilmente nelle casse della Chiesa.

La mia risposta e il mio ribadito accento di ribellione vanno alle frasi vergognose su cui lei, nella sua controreplica, sorvola; lei non ha avuto nemmeno la voglia di riflettere sul fatto che ci sono ruoli, come il suo appunto, ai quali non si può concedere il beneficio della distrazione su certe parole ( Non dimentico però che anche Elisa Claps è entrata con i suoi piedi nel sottotetto….. Un incontro galante?) le quali bastano da sole ad infangare il martirio di una ragazzina di sedici anni che, probabilmente, ha scelto di incontrare il suo assassino nel luogo in cui si sentiva più sicura e protetta. La mia ira è per lei, è per Elisa; è per il suo sguardo spento per sempre alle gioie della vita, per il suo corpo che non ha potuto conoscere l’amore di un uomo né la grazia di un figlio, per i suoi umori che si sono sciolti nello squallore e nella solitudine di un luogo in cui doveva e poteva essere cercata, per le sue ossa rimaste aggrappate alla non rassegnazione della sua famiglia, per i suoi jeans e per i suoi sandali da adolescente abbrutiti dall’oltraggio nascosto, per il suo spirito che forse gridava dalla sua prigione e non aveva voce. La mia ira è per la famiglia Claps, per lo stravolgimento della sua esistenza, per l’umiliazione perpetua del suo dolore, per la sua speranza tradita, per l’atrocità di un lutto che non può elaborare, per l’angoscia di un silenzio che la schiaccia. La mia ira è anche per questa città che Elisa amava tanto e io ancora amo, per quelle voci che rimbombavano e rimbombano nell’indifferenza e per l’estenuante attesa. E la mia ira è per la Chiesa, per quella Chiesa dove assai spesso i lupi si mescolano agli agnelli, dove qualcuno (non tutti, qualcuno) con i profumi d’incenso ha tentato di cancellare gli effluvi di morte, dove in questa turpe storia c’è chi impugna la spada per difendersi dalle nostre lacrime piuttosto che allargare le braccia per accogliere il grande strazio di una intera comunità.

Se il mio Dio è solo un esercizio retorico, ben saprà valutarlo Egli stesso; a lei, don Lasalvia, che fieramente paragona il suo parlare al coraggio di Diogene, ricordo che Diogene cercava disperatamente l’uomo. Anche io l’ho cercato nella possibilità che lei fosse capace di ravvedersi delle sue avventate parole; l’ho cercato a gran voce, ma non l’ho trovato.

                                    Anna R. G. Rivelli

SOCIETA'
EROS, THANATOS E AGAPE (O BENALTRISMO)
13 luglio 2010

                                       

La cosa che non mi piace però è che ci fosse un materasso o una spugna di divano che potesse servire per scopi poco nobili. Non dimentico però che anche Elisa Claps è entrata con i suoi piedi nel sottotetto….. Un incontro galante?” E’ questo soltanto un esempio delle vergognose ( e ribadisco vergognose) parole scritte da Don Dino Lasalvia ( http://noicittadinilucani.ilcannocchiale.it/post/2508959.html ), ennesimo esponente di una casta che protegge se stessa contro tutto e tutti, dimostrando assai spesso quanto lontana sia dallo spirito cristiano ed evangelico che dovrebbe predicare. Il non provare orrore del voler rovesciare addosso alla vittima la colpa, mentre ci si preoccupa dell’edificio maledetto dove è “il giardino di Elisa custodito da un uomo che appare non molto padrone di sé” ( roba da matti!), ci impone per la verità ben altre riflessioni. Si spinge don Lasalvia, nell’esercizio comodo del suo benaltrismo, a domandarsi se “i genitori vigilino sull’abuso di alcol… se una scuola abbia mai fatto un serio esame su quello che succede con il consumo di droghe”; ci domandiamo, invece noi, se nella Trinità oltre al sesso non ci fosse pure l’alcol, se le droghe non si incontrano anche nei gruppi parrocchiali, se i genitori vigilano in quei luoghi come gli oratori dove a volte succede di tutto, se nella scuola non sarebbe il caso che certi insegnanti di religione la smettessero di istigare odio contro i gay e giudizio malevolo contro la diversità di pensiero.

Se dobbiamo andare oltre, andiamoci, caro don Dino, e andiamoci fino in fondo. "Chi è nell'errore compensa con la violenza ciò che gli manca in verità e forza" diceva Goethe, e la violenza delle sue parole, parole tanto più orripilanti perché nate nella testa e fiorite nella bocca di un sacerdote, è tale da far rabbrividire. Anche Cristo è andato alla croce con i suoi piedi ( e non lo ha scritto il prof. Introna), ma ci è andato tradito, legato, deriso, percosso… o forse sotto la minaccia di un coltello. Le sue impressioni riguardo alla ipotetica confusione dell’avvocato dei Claps, il suo cinismo assoluto nell’ipotizzare che l’unica mossa intelligente per il parroco Sabia sarebbe stata quella di far scomparire il cadavere “osso dopo osso” ( il che non fatto, a suo avviso basterebbe a discolpare non già la Chiesa – che nessuno accusa in toto – bensì quei suoi esponenti che a vario titolo sono coinvolti in questa vicenda), la rabbia virulenta ( alla faccia dell’agape!) con cui imputa a Gildo Claps il desiderio di ottenere non giustizia per sua sorella, ma“una versione dei fatti spendibile nei suoi comizi” finiscono per scoprire l’unico interesse che alcuni fedeli e buoni cristiani stanno dimostrando di avere: chiudere la faccenda in fretta, riaprire l’edificio della Trinità, non indagare sul perché e sul per come quel cadavere è rimasto in Chiesa per diciassette anni e, possibilmente, far cessare il brusio su certe abitudini poco ortodosse, certe amicizie importanti, certi giri anomali che circondavano la parrocchia della Potenza bene. Questo importa in fondo, questo significa per lei “ridurre questa situazione ad una certa ragionevolezza”. Ma “l’emergenza educativa è molto più vasta di un materassino buttato in un sottotetto” e su questo ha ragione; se, infatti, la si smettesse di far vivere ai ragazzi la sessualità come una colpa, alle famiglie come una vergogna delle proprie figlie, ai maschi come un trofeo di cui appropriarsi, alle donne come un baluardo da difendere, se la Chiesa smettesse di volere l’uomo cieco a dispetto degli occhi e delle meraviglie che Dio gli ha donato da guardare, forse i materassini nei sottotetti non ci sarebbero e, probabilmente, certe turbe che portano alla violenza e spesso all’omicidio non si svilupperebbero o, almeno, verrebbero individuate e curate senza falsi pudori. Perché se è vero che in questa vicenda c’è più di una vittima, è certo che tra di esse non c’è né don Mimì, né don Wagno, né monsignor Superbo che sicuramente hanno almeno colpa di non aver vigilato, il primo, di aver fatto confusione ( o mentito), il secondo, di non aver saputo affrontare e ridare fiducia ad una comunità, il terzo.

Ciò detto, gentile Don Lasalvia, potrei aspettarmi anche da lei una lettera di insulti come quella di cui mi ha gratificato un suo anziano collega; l’avviso pertanto che mi hanno già dato della miscredente, hanno già messo in dubbio le mie qualità di madre, hanno spaventato mio figlio ed hanno minacciato di scatenarmi contro tutti i cattolici della regione. Se vuole essere originale, la prego pertanto di vedere se le riesce di farmi togliere il battesimo; il Dio in cui io credo, d’altronde, mi sa che non è lo stesso in cui ha creduto lei.

                                    Anna R.G.Rivelli


SOCIETA'
STAMINALI, NO AD ARCHIVIAZIONE
12 luglio 2010

“La giustizia è sempre giustizia, anche se è fatta sempre in ritardo e, alla fine, è fatta solo per sbaglio”. (George Bernard Shaw) Si spera che tanto valga come catartico incoraggiamento per i protagonisti di una delle più intricate storie lucane che da tempo si trascinano senza risolversi, una storia dove si intrecciano sanità ( sanità che in Basilicata piange) e giustizia (che in Basilicata notoriamente non ride). Ci si ritrova, infatti, a distanza di oltre tre anni, a riaffrontare la vicenda della banca delle cellule staminali dell’ospedale Madonna delle Grazie di Matera che, a dispetto delle circa cinquecento unità di sangue placentare ivi conservate, è stata distrutta in un carosello di silenzi e di accuse che ancora non sono state chiarite. Il problema è che anche questa vicenda, come altre vicende lucane, rischia di morire così, con la logica del chi ha avuto ha avuto e chi ha dato ha dato, in una spartizione del dare e dell’avere che risulta, come sempre, squilibrata, poiché a dover cedere ( nella propria dignità, nel proprio diritto, nella propria legittima aspirazione di giustizia o almeno di chiarimento) sono troppo spesso coloro che vivono ed operano lontani dalle stanze del potere. La storia delle staminali, che – lo ricordiamo- fu portata alla ribalta delle cronache nazionali da un articolo di Carlo Vulpio apparso sul Corriere della sera del 3 aprile 2007, era sfociata in una querela del dott. Carlo Gaudiano, fondatore della banca cordonale, nei confronti della dirigenza dell’allora Asl di Matera (nelle persone del direttore generale Maroscia, del direttore sanitario Vito Gaudiano e del direttore amministrativo Ruggieri), nonché del funzionario dell’assessorato alla sanità Montagano e di quattro giornalisti del Tgr Basilicata (Grenci, Volpe, Cantore e Stolfi); il dott.Carlo Gaudiano, infatti, considerato dalla Dirigenza dell’Asl Materana ispiratore dell’articolo di Vulpio e accusato di aver così cagionato danni morali e di immagine all’Azienda, era stato duramente attaccato dal direttore Maroscia che, in un comunicato stampa del medesimo 3 aprile (prontamente diffuso dalla Rai Basilicata), gli attribuiva “il tentativo di intimorire i vertici aziendali al fine di coprire proprie responsabilità professionali e il suo disimpegno nell’attività lavorativa” e paventava “sue responsabilità specifiche sulla irregolare attivazione e conservazione delle cellule cordonali”. Licenziato sulla base di queste accuse e poi reintegrato, Carlo Gaudiano proprio non ci sta a veder calare il sipario senza che di questo dramma sia andato in scena anche l’ultimo atto, quello che dovrebbe svelare ai tanti spettatori di chi sono davvero le responsabilità di quanto è accaduto; per questo si è opposto alla richiesta di archiviazione formulata dalla Pm Rosanna De Fraia e lo scorso 6 luglio è stato ascoltato dal Gip Roberto Scillitani il quale, a fine Camera di Consiglio, si è riservato ancora di decidere. In realtà la banca materana delle cellule staminali, dopo essere stata sottratta alla cura del suo padre naturale per essere trasferita ad altro reparto dell’ospedale, è stata distrutta con motivazioni che non risultano ben chiare nemmeno alle tante madri che quei cordoni ombelicali li avevano donati e che avrebbero avuto il diritto, prima che si procedesse alla distruzione, di essere avvisate per poter eventualmente trasferire le proprie unità in altre banche. A giustificazione di una così incomprensibile distruzione ( va detto che una banca di queste dimensioni rappresenta un patrimonio di elevatissimo valore economico oltre che di valore morale inestimabile per la possibilità di guarigione che offre a tanti malati) si parlò di banca “clandestina” quando invece essa risulta inserita nel Piano Sanitario Regionale approvato con del. 478 del 31/12/1996 del Consiglio regionale in Bur Basilicata n.6 del 05/02/1997; si parlò di conservazione “artigianale” delle staminali mentre, invece, il loro trasporto da Potenza a Matera veniva regolarmente rimborsato all’AVIS dalla Regione con atti firmati e controfirmati da Assessori e Dirigenti; si parlò di mancate autorizzazioni e mancato rispetto delle normative, nonché dell’uso di contenitori donati dall’Admo (associazione donatori midollo osseo) e non di proprietà dell’Asl, quando invece esistono deliberazioni dell’Asl n.4 con richiesta di finanziamenti per l’acquisto di attrezzature idonee alla conservazione delle cellule staminali nonché deliberazioni di acquisizione delle attrezzature donate dall’Admo. Tra le madri donatrici che si sono viste sottrarre il diritto di “salvare” il cordone donato c’era anche la Presidente della Domos (Donatori midollo osseo) Basilicata, Rosa Viola, la quale, avendo perso per leucemia la sua piccola Francesca, aggiunge l’esperienza personale a quella professionale per valutare il danno operato con la distruzione della banca materana; per questo motivo la signora Viola, come singola cittadina e come associazione, ha presentato al dott. Scillitani una memoria ed ha manifestato l’intenzione di costituirsi parte civile nell’eventuale procedimento a carico della dirigenza dell’Asl materana. In teoria, però, i cittadini di tutta Italia e, senza voler esagerare, di tutto il mondo, potrebbero ritenersi parte lesa in questa vicenda; la banca delle staminali di Matera, infatti, collaborava con centri analoghi di Pescara, Treviso, Pavia ed era pronta a trasferire tutti i dati genetici e biologici delle unità in suo possesso al centro olandese di Leiden dove vengono raccolti i dati delle unità bancate di tutto il mondo. Che la storia non finisca così, con una tiepida archiviazione che lascerà a ciascuno i suoi dubbi e a ciascuno le proprie certezze, è dunque importante per tutti, specialmente in questo momento in cui la sanità, i suoi sprechi e i suoi tagli sono sotto riflettori incandescenti. Dopo anni di suspance, il finale della storia spetta a tutti di diritto, perché anche questa vicenda non si concluda come un film già visto i cui titoli di coda scorreranno solitari sulle spalle della gente disillusa. Perché la giustizia è giustizia anche se fatta sempre in ritardo e, alla fine, fatta solo per sbaglio.

                                                       Anna R.G.Rivelli

SOCIETA'
LA FESTA DELL'ACQUA
9 luglio 2010

 


POLITICA
SE LA SERA IL DOTTORE NON RISPONDE PIU'
26 giugno 2010

Per fortuna l’Italia è un paese elettorale; il voto, il voto spesso e volentieri, oltre a mantenere viva almeno l’apparenza di una democrazia che in sostanza sta, invece, man mano affievolendosi, ha un potere taumaturgico notevolissimo, perché durante tutte le campagne elettorali le cose vanno miracolosamente a posto e se non proprio le fontane buttano vino, gli alberi non stillano miele e i lupi non vanno d’accordo con gli agnelli, può capitare almeno che i conti della sanità pubblica siano in ordine, così in ordine da permettere addirittura di promettere un ulteriore potenziamento della medicina del territorio. Così in Basilicata; peccato che la mitica età dell’oro sia di breve durata, brevissima, appena il tempo di occupare i palazzi e cominciare a verificare che dalle fontane non esce nemmeno più acqua e che i lupi saranno costretti a divorare al più presto tutti gli agnelli.

La Regione Basilicata ha appena approvato un pacchetto di interventi nel settore sanitario che dovrebbero essere utili a contenere le spese e ad evitare un commissariamento che di certo farebbe assai più male alla politica che ai cittadini, dal momento che a far male ai cittadini ha già provveduto la giunta. Il contenimento della spesa sanitaria, infatti, necessario e più che necessario come il contenimento della spesa in molti altri settori, è stato organizzato come sempre accade a danno delle fasce più deboli della cittadinanza, vale a dire anziani, bambini e malati cronici, dal momento che alcune delle misure prese non fanno altro che creare disagio all’utenza, senza peraltro riuscire a dimostrare come sarebbero utili a contenere la spesa. Tanto per fare l’esempio più semplice, la monoprescrizione altro effetto non ha che di costringere il cittadino a recarsi qualche volta in più nello studio del medico e il medico a staccare qualche foglio in più dal ricettario; certo non si determina risparmio se i farmaci per una terapia di durata tot vengono prescritti in una unica soluzione o in più soluzioni. Ma questo è niente. In realtà ci sono misure che avranno di certo ricadute più deleterie sulla cittadinanza. Parliamo, ad esempio, dell’abolizione della pronta disponibilità telefonica e della medicina di gruppo, istituti entrambi capaci di garantire una copertura di assistenza da parte di pediatri e medici di famiglia ben superiore a quella prescritta dall’Accordo Collettivo Nazionale secondo cui la disponibilità telefonica deve essere assicurata soltanto dalle 8:00 alle 10:00. L’istituto economico di pronta disponibilità era stato istituito nel 2006 proprio per diminuire la spesa, offrendo contestualmente un servizio qualificato. Il Dott. Giuseppe Morero, segretario provinciale della Federazione Italiana Medici Pediatri, ricorda perfettamente il suo colloquio con l’allora assessore Carlo Chiurazzi al quale, dati alla mano, aveva dimostrato il notevole risparmio che la pronta disponibilità avrebbe determinato tanto sulla prescrizione farmaceutica, quanto sui ricoveri impropri. I dati successivi, peraltro, non hanno fatto che confermare la previsione. Con il monitoraggio regionale, infatti, affidato alla società Marmo di Pisa, si è registrato che tutti i pediatri della Basilicata sono riusciti a rimanere abbondantemente al di sotto del budget prescrittivo riconosciuto per ogni paziente, arrivando a toccare punte di vera eccellenza allorquando, come succedeva nel 2009 per lo stesso dott. Morero (pediatra con un carico di assistiti tra i più alti della regione), si riusciva a rimanere al di sotto del tetto massimo addirittura fino al 49% . La copertura dell’assistenza medica, peraltro, interessava così un numero elevatissimo di ore nell’arco della giornata, con una presenza assicurata ( tra disponibilità telefonica e medicina di gruppo) dalle ore 8:00 fino alle 21:00. “Il mutato quadro dei servizi, oggi, fa sì che in caso di emergenza diurna potranno rivolgersi al servizio del 118, al Pronto soccorso, e agli studi dei medici di medicina generale, mentre di notte al servizio di continuità assistenziale”: questo l’invito che giunge ai cittadini attraverso un comunicato della Regione nel quale si celebra il risparmio (7,75 euro annue a paziente) senza considerare non solo il disservizio, ma l’aumento di spesa che l’invito a rivolgersi in massa a 118 e pronto soccorso potrebbero determinare. A conti fatti, su tutta la popolazione lucana, basterebbero all’incirca cento ricoveri brevi al mese (ricoveri assai probabili per pazienti “sconosciuti” che si rivolgono ai servizi di emergenza) per determinare una spesa superiore a quel risparmio che ora si evidenzia con cifre ad effetto. Ci si domanda, quindi, perché non tagliare le spese laddove il danno sarebbe minore per la cittadinanza e maggiore per la casta della politica che oggi finge di voler sottrarre privilegio a quella medica; si potrebbe parlare, ad esempio, di certe strutture doppione francamente assai poco utili considerata la demografia della Basilicata. Eliminare il doppione ( chirurgia toracica a Potenza e chirurgia toracica a Rionero; chirurgia estetica a Potenza e chirurgia estetica a Rionero ecc…) comporterebbe un risparmio assai superiore, di fatto interessando un numero assai inferiore di soggetti. Eliminare primariati in eccesso, dirigenze varie, nonché costi gestionali relativi, porterebbe una riduzione considerevole della spesa nel settore sanitario, anche se, forse, sottrarrebbe pure qualche ottimo bacino di consenso elettorale che, in tempi di magra come questi, può invece far sempre comodo. E così, mentre si tagliano i fili del telefono, si aumentano i posti letto nell’ospedale di Muro Lucano, poco importa se il costo di ognuno di essi varia dai 1200 ai 1800 euro al giorno. Nemmeno sulle convenzioni esterne pare si sia portati molto a risparmiare e forse i cittadini dovrebbero essere informati del fatto che i massimali di spesa stabiliti attraverso un accordo di convenzione con la Regione, per una sorta di meccanismo perverso, aumentano di anno in anno facendo in modo che il pagamento del fatturato eccedente venga soltanto differito. In sostanza a spese della Basilicata ci si spezza, ma non ci si piega, perché è più facile che la Regione apra i cordoni della borsa per un ciclo di fisioterapia che non affinché il medico di famiglia ci salvi telefonicamente da un attacco acuto di dissenteria.

Un ultima notazione, inoltre, potrebbe riguardare un aspetto meramente giuridico, cosa di cui poco ci importa in sé ( essendo tale problema caso mai di interesse della categoria medica), ma molto, invece, in rapporto a quella che sta diventando sempre più un’abitudine a tenere in spregio gli accordi contrattuali con i lavoratori. Nell’Accordo Integrativo Regionale, cui l’ACN demanda la regolamentazione di ulteriori forme di assistenza, pubblicato sul Bur del 16/04/2007 ( per la pediatria) e su quello del 01/04/2008 (per la medicina generale) e sottoscritti dall’assessore Rocco Colangelo e dal Dirigente generale Giuseppe Montagano, il primo, e dall’ assessore Antonio Potenza e dal dirigente generale Rocco Rosa, il secondo, al comma 5 dell’art.2 delle disposizioni generali è scritto testualmente: “ Il presente AIR produce effetti giuridici ed economici dalla data di approvazione fino alla data della stipula di un nuovo accordo regionale”; il fatto che un nuovo accordo regionale non sia stato ancora stipulato non ha impedito, però, il colpo di spugna su gli ivi contemplati istituti economici che di tanto aumentavano la qualità del servizio offerto.

Tanto si doveva al diritto dei cittadini di essere informati ed un po’ anche all’arroganza di quanti ritengono che la democrazia sia il diritto di chi governa a fare come gli pare. Per il resto non può che rimanerci il rammarico per quel bel tempo andato in cui Claudia Mori cantava un amore clandestino e sentiva dall’altra parte del telefono una voce suadente rispondere “Buonasera dottore”. Insomma, se il via libero al rapporto telefonico con gli amanti lo sta preparando il decreto anti intercettazioni, per la pace familiare bene sarebbe ricordarsi ora di rispondere con un buonasera ingegnere o architetto, magari. Il dottore, di sera, non può rispondere più.

                  Anna R. G. Rivelli

IL FATTO QUOTIDIANO
23 giugno 2010

POLITICA
L'AFASIA DEL POTERE
19 giugno 2010

Che si voglia parlare di antipolitica, di superficialità o persino di qualunquismo, sta di fatto che lo scollamento tra la massa dei cittadini e le elite della politica si fa sempre più netto e sarebbe errore gravissimo non registrarlo come fenomeno preoccupante. Le urne sempre più spesso disertate, il senso di scoraggiamento, se non di disgusto, nei confronti delle maggiori istituzioni, la ricerca spasmodica e spesso approssimativa di un’alternativa credibile, la sconsolata aspirazione a radere al suolo un esistente che appare sempre più omogeneo nei difetti, alla fine la volontà di adattarsi ad un habitat che imporrebbe una mutazione genetica in cambio della sopravvivenza, sono nient’altro che le difese che stanno progressivamente venendo a mancare al sistema democratico. E se è vero che la Storia viene scritta dalle mani di pochi, vero è pure che il popolo è il foglio su cui necessariamente bisogna lasciar scorrere l’inchiostro e se questo si stropiccia troppo, si sgrana o addirittura viene a mancare, la storia si confonde, si macchia e non si legge più.

In Basilicata, a pochi mesi dagli ultimi turni elettorali, la situazione appare metafisica. Il Governatore De Filippo sembra essere sbucato fuori dal cilindro magico: a sentir vociare, infatti, nessuno lo voleva, eppure è stato eletto con ampio consenso; a Matera si ride amaro della messa al bando delle raccomandazioni future in un sistema che non ha dato risposte su quelle passate; a Potenza è una continuo “dagli al cemento” e “toto-assessori”. La partecipazione del cittadino, insomma, si svilisce e si riduce ad un confronto da bar, ad un chiacchiericcio che sempre più tende a disdegnare la conoscenza dei fatti e si limita ad una indignazione sic et simpliciter per quel partito preso che è, purtroppo, l’unico partito ancora ritenuto degno di stima.

Tutto questo perché si sta perdendo fiducia persino nel proprio buon senso. Di fronte all’agire di chi governa il cittadino lucano è ormai attanagliato da una sorta di sindrome di Stoccolma, un attaccamento morboso che tende piuttosto a far dubitare della propria capacità di analisi che non della spesso comprovabile illogicità di determinate misure. Come di fronte ad un quadro che tutti magnificano e che invece non ci riesce di apprezzare, insomma, finiamo per convincerci di essere noi a non comprendere quella che di certo deve essere un’opera d’arte.

Il guaio è che la sindrome svanisce quando qualcuno dagli alti scranni comincia a denunciare quello che il “popolino” aveva visto fin dall’inizio; quando qualcuno blocca i prima acclamati tirocini formativi, quando qualcun altro fa luce sui guasti dell’Arbea, quando qualcuno ha un’idea migliore su come non sprecare ottanta milioni di euro per l’industria, può capitare di accorgersi che quella denuncia la gente l’ha fatta da sempre, magari in cuor proprio, cercando di convincersi però che non era minimamente pensabile che cose così lampanti restassero oscure agli addetti ai lavori. Poi, invece, improvvisamente il buon senso ritorna a galla in cotanta palude e quindi ci si aspetta delle risposte che al muto sconforto del popolo non sono mai arrivate. Risposte, si intende, concrete e non di mera logica propagandistica, non di quelle, insomma, che giungeranno dai vari solerti portavoce a cercare di ricacciarci tutti nel limbo del chi non è addentro non potrà mai capire.

Il potere, però, troppo spesso è afasico e di queste risposte difficilmente ne dà. Di solito lascia correre, non parla, aspetta che la polvere si posi quando non è ancora polverone, permette che qualcuno ogni tanto si bei del sentirsi un poco al di sopra e al di fuori; per un poco si può, purché tutto al più presto rientri. Nel frattempo continua a ciurlare nel manico e, per esempio, aspettando che ci si dimentichi di tanti giovani laureati in attesa, il potere in Regione si dota di “esperti” impiegati di gruppo C assunti per chiamata diretta e per meriti certamente indiretti.

                                           Anna R. G. Rivelli

POLITICA
UN VA SENZA PENSIERO
16 giugno 2010


“Più uno stato è corrotto – scriveva Tacito – e più fa leggi”. Così, se qualcuno ancora non si fosse accorto che il limite è ormai quasi varcato, se qualcuno l’espressione attonita di Zapatero mollato dal nostro Premier nella Sala delle Galere di Palazzo Chigi l’avesse scambiata per quello stupor mundi che ha contribuito a scrivere la storia della nostra Nazione, se qualcuno associasse ancora la fiducia ( una cosa seria che si dà alle cose serie - ripeteva la vecchia reclame di un formaggio) al nostro Bel Paese, ecco che Ignazio La Russa parte all’attacco per levarci ogni dubbio: farà una legge nuova (un'altra?!) per disciplinare l’uso obbligatorio dell’inno nazionale in determinate situazioni. Beh! Il provvedimento ci sta; ci sta, per dirla alla Checco Zalone, come una coltellata a una festa di matrimonio. Ci sta soprattutto ora che, complici i mondiali di calcio, bisognerà scrutare alla moviola le facce dei giocatori schierati per poter leggere sulle loro labbra se conoscono le parole del nostro inno, sempre che anche questa non passi per una intercettazione. Poi se ne discuterà, oh sì che se ne discuterà, fino alla nausea; ed interverranno scienziati ed esperti per spiegare a noi poveri fessi i reconditi significati di un accadimento dagli inconsci risvolti che nella realtà metacognitiva prevarranno sui livelli di falso egocentrismo permeato di iperemotività aleatoria. Praticamente il nulla. E allora io sto con Zaia, anzi sto col Va pensiero… ma senza il pensiero, perché non c’è più. Il va… e basta. Un “va” sonoro e senza mezzi termini a tutti quelli che tengono nel Parlamento questi extracomunitari in camicia verde che non fanno mistero di voler sfasciare il Paese, questi balordi che si fanno i tornei tra Padania e Regno delle due Sicilie, che eleggono le trote al ruolo dei pescicani. Un grosso “va” anche a quelli che finalmente potranno parlare a telefono senza timore che il nemico li ascolti, alla Maristella che ancora non ha capito che una scuola più boccia e più si boccia, a quanti confondono l’opposizione con la propria posizione, ai misteri liturgici della Propaganda Fide, alla cricca che attende serena, a quelli che stanno tentando di sdoganare la massoneria, alle sinistre divise, alle associazioni che si fanno tra loro le scarpe, a quelli che se ne fregano sempre, a quelli che le battaglie le fanno solo su facebook, a quelli che domani si sveglieranno senza bella e senza ciao.

                              Anna R. G. Rivelli

BUON MONDIALE
14 giugno 2010

... e speriamo di vincere ben altre partite!


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permalink | inviato da associazionencl il 14/6/2010 alle 19:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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