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noicittadinilucani
Non è la libertà che manca. Mancano gli uomini liberi.

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CULTURA
ARTE, SILLOGISMO DI PACE
6 agosto 2018
                                                      Giovanni Cafarelli “La mia città e/è il mondo”
                   tecnica mista su tela cm 200 x 200 , 2015


“Un lavoro artistico di successo – scrive il filosofo tedesco Theodor W. Adorno - non è quello che risolve le contraddizioni in una armonia spuria, ma quello che esprime l’idea di armonia negativamente con l’incorporare le contraddizioni, pure e prive di compromessi, nella sua struttura interna”. Possiamo dire quindi che un lavoro artistico di successo è, in sostanza, non espressione di pace, bensì costruttore di pace. Se è vero infatti, come Adorno dice, che l’arte è capace di creare una sorta di armonia delle contraddizioni pure, è evidente che nell’arte l’inconciliabile diventa conciliabile non già nel compromesso e/o nell’indebolimento o nella perdita dell’identità, bensì nella collocazione egualitariamente autorevole all’interno di un mondo. Compito dell’arte dunque - ed è lo stesso Adorno che lo dice- è quello di portare il caos nella nostra società, di porsi cioè come altro dal mondo ed elemento di disturbo laddove il mondo si presentasse cristallizzato e chiuso in una sua non dialogante razionalità, laddove – così come oggi accade - esprimesse una volontà di identità assoluta con se stessa e un sentimento di ostilità per tutto ciò che è diverso.

L’arte, d’altronde, è un linguaggio e come tutti i linguaggi serve a comunicare, a mettere in comune cioè, a creare quella relazione che è il più solido fondamento della pace. L’arte perciò sa distruggere lo stereotipo, destrutturare la consuetudine, portare alla luce l’invisibile, farsi, nella propria assoluta autonomia, strumento proiettivo della realtà che sarà. L’artista, infatti, legge del presente tangibile le energie che lo sottendono piuttosto che le linee già rivelate, e giunge quindi alla “visione” più che al visto. E la pace da sempre ha bisogno di visioni e di visionari; ha bisogno di chi sappia andare oltre il senso letterale delle cose, oltre la gabbia della pedanteria e oltre la pedanteria del particolare. E ha bisogno di bellezza la pace. Sul confine tra la bellezza e il brutto si gioca infatti il destino del mondo. Del brutto estetico si nutre il brutto etico, la saturazione del grigio non può che restare grigio laddove non si portano i colori. La bruttezza non è solo disarmonia, è un fato malvagio; le brutte periferie allevano le teppe, le brutte aule il disamore allo studio, non si può sfuggire. Il brutto è fagocitatore, assimila a sé tutto e nel piattume che genera finisce per stigmatizzare la differenza come difetto, vizio, elemento nemico. Dalla bruttezza percepita come destino ineluttabile, insomma, scaturisce quel sentimento di ostilità e quel desiderio di sopraffazione che sono i germi delle guerre piccole e grandi. Uguale e contrario è il modus operandi della bellezza; il bello genera bello, è attrattore e propulsore insieme, comprende, amalgama ma non annulla le sfumature. Nella bellezza nasce la positività del pensiero e la capacità di immaginare percorsi sempre migliori. L’arte è dunque custode e interprete di questa bellezza che è ben lungi dall’essere quello statico e insulso cliché che l’industrializzazione del pensiero ha partorito nell’epoca contemporanea; l’arte ci insegna che la bellezza non è una e, soprattutto, non è un prototipo a cui adeguarsi, ma una filosofia da cui farsi guidare per scoprire la molteplicità e la varietà insite nell’universo come essenze con cui confrontarsi e non come sostanze con cui entrare in competizione. E questa è la Pace.

                                     Anna R.G. Rivelli

FESTA DELLE DONNE: TANTI AUGURI, UOMO!
8 marzo 2018

Festa delle Donne: tanti auguri, Uomo! Auguri a te perché è di te che vogliamo parlare in questo giorno che sempre più scivola via come una celebrazione vana, come un vuoto riempito a forza da riflessioni, fiori, piccoli regali e parole altisonanti… le cene tra amiche, il profumo giallo delle mimose. E tu non ci sei in questo giorno; non ci sei quasi mai. Non ci sei perché credi di doverci oggi una libertà che non può che sapere di solitudine se domani non sarà un altro giorno per te, per te che credi di “concederci” quello che è nostro per diritto sacrosanto, di “concederci” quello che noi possiamo prendere solo perché lo vogliamo. E tra quello che vogliamo ci sei anche tu, tu accanto a noi, tu compagno, amico, padre, amante; tu che ancora hai paura di noi perché così ti hanno insegnato, tu che dal nostro corpo sbuchi e il nostro corpo temi per una rabbia bambina che non ti togli di dosso; perché così ti hanno detto, che una donna, qualsiasi donna, deve essere sempre per te quella madre devota che ti ha partorito, dimentica di sé, perduta eternamente dietro ai tuoi bisogni e voleri di bimbo. Se non è così – ti hanno insegnato- una donna è soltanto una femmina senza valore, una donnaccia che si è riempita di te per lussuria, che di te si sgrava per egoismo, per liberarsi di te, per lasciarti da solo. Ti hanno insegnato che sei tu la misura di tutte le cose e che tutto il resto esiste se rapportato a te, che ha diritto di essere solo ciò che ti fa stare bene, che il rimanente non vale nulla. Così ti hanno detto. Per anni, per secoli. Lo hanno scritto nei libri sacri, te lo hanno narrato i poeti, rappresentato gli artisti. La donna o è angelo che ti eleva a Dio o è un demonio di tentazione, se ha potere e forza è nemica, se è creatura debole e sottomessa val bene il tuo sguardo benevolo, la tua commiserazione travestita da affetto. Ma queste fantasie in bianco maggiore ve le siete raccontate tra voi, escludendoci spesso e imprigionando voi stessi in un equivoco duale: da un lato l’attrazione fatale per Aspasia, dall’altro la convenzione innaturale del femmineo languido e dolente, rassegnato ad una condizione che tu, Uomo, mai vorresti per te. Tutto questo ti hanno raccontato e ti hanno messo in trappola, perché il tuo troppo “io” non ti permette amore, ma solo terrorizzata angoscia di abbandono e, quindi, dipendenza da noi. Forse ti pare strano, ma è proprio così. Il carceriere finisce per condividere la prigionia del carcerato; per non perderci ci mandi via, per non restare solo ci cancelli, per dimostrare di essere il più forte ci sveli ogni tremore al rimbombo del nostro passo che percorre la vita. Ti hanno allevato così; così per secoli di Ninfe preda di Dei, di fanciulle eteree con lo sguardo chino, di streghe e di donne fatali, proiezioni mostruose di tutte le più antiche paure. Ti hanno allevato così, non ne avresti colpa se solo non volessi pervicacemente rinunciare a crescere, se non rimanessi soggiogato all’idea che l’amore debba essere un laccio, se non ti ostinassi a misurare la tua statura dalla considerazione che noi abbiamo di te. Cresci, Uomo. Non sarà il nostro sangue a fermarci, né la tua mano armata a farti più grande. Non è il tuo insulto che potrà avvicinarci, né la nostra gioia che potrà portarci via da te. Cresci, Uomo. Guardaci. Noi siamo tua madre, tua figlia, la tua compagna, la tua amante, la tua amica; noi siamo anima e siamo corpo, noi siamo noi e siamo te. Non siamo l’altra metà del cielo, perché il cielo non si divide; siamo il cielo tutto intero insieme a te.

Buona festa delle donne, Uomini!

                              Anna R. G. Rivelli


POLITICA
LA BASILICATA ANTIFASCISTA: L'ESEMPIO DI LAVELLO
19 febbraio 2018

La cronaca politica di questi giorni è monopolizzata dalla campagna elettorale: foto di più o meno straripanti comitati che si aprono, declamazioni di programmi come liste dei sogni, interviste a carattere più che altro agiografico, in cui ognuno si dipinge per il santo che crede di essere quasi senza che nessuno obietti di una virgola. E in questo caos calmo, in cui una legge elettorale che non lascia scegliere quasi più nulla ha marginalizzato l’elettore, sottraendogli prima i comizi in piazza, poi persino i manifesti elettorali, rischia di passare in sordina quello che è invece un atto squisitamente Politico ( e la P maiuscola non è casuale) che è stato posto in essere in una cittadina lucana, la quale per questo meriterebbe di diventare “capitale” ed essere indicata come modello di riferimento per tutto il nostro Paese. L’approvazione all’unanimità della mozione che impegna l’amministrazione comunale “a non concedere spazi o suolo pubblico a coloro i quali non garantiscano i valori sanciti dalla Costituzione, professando o praticando comportamenti fascisti, razzisti, xenofobi o omofobi” pone, infatti, la città di Lavello al vertice nella promozione di una Democrazia che il nostro tempo sta rendendo sempre più fievole, deformandone il significato per giustificare qualsiasi nefandezza spacciata per legittima opinione. Il fascismo, però, non è un’opinione così come non lo sono il razzismo, la xenofobia e l’omofobia. Quindi a chi, negando l’evidenza, continua a dire che in fondo la Costituzione non è chiara in merito, va ricordato che la dodicesima tra le disposizioni transitorie e finali della nostra Carta Costituzionale recita che “ è vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista” e che tale disposizione è ulteriormente chiarita dall’articolo 1 della legge Scelba nel quale è scritto testualmente: Ai fini della XII disposizione transitoria e finale (comma primo) della Costituzione, si ha riorganizzazione del disciolto partito fascista quando una associazione, un movimento o comunque un gruppo di persone non inferiore a cinque persegue finalità antidemocratiche proprie del partito fascista, esaltando, minacciando o usando la violenza quale metodo di lotta politica o propugnando la soppressione delle libertà garantite dalla Costituzione o denigrando la democrazia, le sue istituzioni e i valori della Resistenza, o svolgendo propaganda razzista, ovvero rivolge la sua attività alla esaltazione di esponenti, principi, fatti e metodi propri del predetto partito o compie manifestazioni esteriori di carattere fascista”. Quindi nessun divieto e nessuna limitazione nel professare valori di destra se si fa riferimento ad una destra liberale e democratica, ma il fascismo ( o forse anche meglio sarebbe oggi dire i fascismi) sono tutt’altra cosa. Il fascismo per sua natura trova terreno di coltura fertile nella nostra epoca, perché essa abbonda di tutte quelle condizioni che servono ad alimentarlo, vale a dire la crisi economica, la povertà crescente, l’esasperato stato di disuguaglianza sociale, il dilagante populismo e l’assoluta disaffezione per la politica, ritenuta sempre più inaffidabile ed incapace di risolvere i problemi concreti della gente. In questo clima ha gioco facile chi, facendo leva sulla smemoratezza se non proprio sull’ignoranza, traccia rappresentazioni idilliche del ventennio, dipingendolo come un tempo di ordine, di sicurezza e di benessere, nel quale la diversità (lo straniero, l’omosessuale ecc…) era bandita perché portatrice di disordine e guasto. L’odio così viene elevato a categoria politica e il diverso da noi individuato come causa di ogni male e legittimo bersaglio di una sempre più fomentata violenza. Il pensiero comune si fa acritico e aberrante, e in un clima di stupidità saccente si finisce per cercare in ogni modo lo scontro, per agitare la Giornata del Ricordo contro quella della Memoria, le foibe contro l’olocausto, facendo perdere di significato due ricorrenze che dovrebbero essere vissute solo come incancellabile lezione della Storia. Questo sta accadendo oggi. E sta accadendo da una parte con l’assenso e il sostegno di gruppi politici e/o religiosi estremisti, dall’altro con il pavido silenzio degli altri, troppo timorosi o cauti o collusi per difendere a viso aperto i valori fondanti della nostra Repubblica.

Per questo va sottolineato il merito del Sindaco Sabino Altobello e della sua giunta; vanno ringraziati l’ANPI e tutti coloro che a vario titolo si sono impegnati fattivamente in difesa dei valori costituzionali e va chiesto esplicitamente alle amministrazioni di tutti gli altri Comuni lucani che si impegnino a fare altrettanto.

                                      Anna R. G. Rivelli


SOCIETA'
L’ALTRO VOLTO DELLA MISOGINIA
4 dicembre 2017

Solo pochi giorni fa, il 25 novembre, si è celebrata come ogni anno la giornata mondiale contro la violenza sulle donne, ricorrenza sacrosanta se si considera che solo in Italia (nella civilissima Italia!) nei primi dieci mesi di quest’anno sono state uccise ben 114 donne, un terzo delle quali per mano del partner. Fortunatamente il livello di attenzione sul problema si sta alzando, le vittime cominciano ad avvertire un maggiore sostegno da parte delle istituzioni e della società e, soprattutto, si è acquisita la consapevolezza che bisogna intervenire alla radice se si vuole debellare quello che è un problema di natura squisitamente culturale, perché il sangue delle donne non sporca soltanto le mani degli esecutori finali, ma irrimediabilmente macchia la coscienza di quanti la violenza l’hanno fomentata e continuano a fomentarla. La misoginia, infatti, non ha unicamente il volto losco e la mano lurida delle stupratore o dell’omicida; può avere anche la stupida ironia del ragazzotto che sui social sbeffeggia le donne che manifestano, il doppiopetto del politico che propone mozioni e leggi discriminatorie o il piglio sentenzioso del portavoce di un’associazione o di un movimento, uno a caso, come per esempio quello di “Liberi e forti” di Basilicata. Sul Roma del primo dicembre scorso, infatti, il signor Nigro si è prodotto in un commento sul tema  che, più che da un quotidiano del XXI secolo, pare tratto dalla satira di Giovenale contro le donne. “ Da dove vengano tali mostruosità, che origine abbiano, questo vuoi sapere? – scriveva nel II secolo d.C. il poeta latino, scandalizzato dall’emancipazione femminile - Una condizione modesta garantiva un tempo la castità delle donne latine; le distoglievano dal contagio dei vizi la casa minuscola, la fatica, il sonno limitato, le mani rovinate e irruvidite dalla lana etrusca, l'assillo di Annibale alle porte di Roma” . “Perché questo fenomeno cresce a vista d’occhio? – scriveva invece l’altro giorno Nigro, parlando del femminicidio - È una delle piaghe d’Egitto in risposta alla piaga del divorzio” La differenza tra i due, al di là di quella temporale di più di qualche secolo, sta nel fatto che il primo si prendeva sul serio assai meno del secondo. Nigro, infatti, continua con toni patetici a citare l’ordine divino violato, i figli sbandati e disorientati, Freud, gli adulteri, la gelosia come sentimento naturale, il fuoco dal cielo, il diluvio universale, Sodoma, Gomorra, la malattia mortale, l’atomismo sociale e tutta una serie di assurde amenità infilate una dietro l’altra più o meno alla rinfusa per arrivare a sentenziare che questo tumore (cioè il divorzio) distruggerà l’intera società occidentale; alla fine suggerisce convinto il modo di debellare il femminicidio “Volete guarire questo male...? -scrive- Ebbene! Togliete il divorzio e l’aborto”. Insomma, talmente è assurdo e paradossale ciò che Nigro scrive e talmente violento è il sentimento misogino che anima le sue parole, che forse se quel povero Freud, tirato in ballo a vanvera in cotanto sermone, potesse avere la possibilità di dire la sua, ne saprebbe ben spiegare l’origine. Tuttavia Nigro è un portavoce e un portavoce non esprime il proprio pensiero, ma quello del gruppo che rappresenta. E il gruppo che Nigro, in qualità di portavoce, rappresenta si chiama “Liberi e Forti”, associazione di formazione culturale e politica, come recitano le informazioni della pagina facebook dedicata. Ma, meraviglia delle meraviglie, dalle stesse note informative si può apprendere che, da ben otto anni, amministratore della pagina è Vincenzo Giuliano, il garante per l’infanzia e l’adolescenza della Regione Basilicata. Così, di fronte ad una notizia che lascia quanto meno perplessi, continuando la ricerca, si giunge ad appurare che Giuliano, nell’anno in cui fu nominato garante, di questa “Associazione Liberi e Forti” era addirittura il presidente ( e non si capisce se ancora lo sia) e in tale ruolo già partecipava a presentazioni di nuove formazioni politiche insieme ad altri campioni della promozione dei diritti e delle pari opportunità, come, tanto per citare l’esimio, il consigliere Aurelio Pace.

A questo punto è obbligatorio chiedere al dottor Giuliano se quella raffica di oscenità che il portavoce Nigro ha impudentemente scritto e pubblicato rappresenta la summa della filosofia dell’Associazione e, di conseguenza, anche di lui che ne è stato il presidente e ne è da otto anni l’amministratore della comunicazione social. E se chiedere è obbligatorio, doveroso da parte sua sarebbe rispondere, perché delle due l’una: o il Garante si dissocia apertamente e totalmente dalle parole, e soprattutto dal pensiero, di chi definisce adultere le donne divorziate e compatisce invece i “poveri padri divorziati”, oppure deve spiegare quale garanzia può mai rappresentare nei confronti di quella infanzia e quella adolescenza che spesso vive proprio nella famiglia l’angoscia delle più subdole violenze. Nigro scrive: “Il femminicidio è la conseguenza del disagio psicosociale prodotto dallo sconvolgimento e dallo sfaldamento del nido familiare”; e ancora: “La gelosia è un sentimento naturale, anche se portato in extremis può degenerare in violenza”; e come se non bastasse aggiunge: “Provate a parlar male di un gay, e vi scateneranno contro l’inferno…”. Cosa di tutto ciò pensa il dottor Giuliano? Sono queste le sue parole, i suoi sentimenti, la visione del mondo che guida la sua azione di garante? È questa la considerazione che avrà delle madri che fuggono dalla violenza di un uomo? Non saprà far di meglio che definirle adultere? E compatirà i padri violenti? E come garantirà la libertà di una adolescente che volesse emanciparsi da un padre padrone? Lo scenario si prospetta veramente molto inquietante. In attesa di avere risposta e nella speranza di sentire il dottor Giuliano dissociarsi categoricamente dalle parole del portavoce (che nel qual caso meglio farebbe a spiegare chi rappresenta se non solamente se stesso), va chiesto anche alle istituzioni, ovviamente nelle persone di coloro che fanno le nomine in ruoli così importanti e delicati, se prima di riempire le caselle dei loro organigrammi, si pongono qualche domanda, si leggono qualche curriculum, si accorgono di qualche evidente incompatibilità.

                                                              Anna R.G. Rivelli


l'articolo di Nigro a questo link http://noicittadinilucani.ilcannocchiale.it/post/2858856.html


CULTURA
SU UNA PANCHINA ROSSA
26 novembre 2017













Tutte le celebrazioni hanno un senso se il senso sappiamo darglielo, altrimenti diventano pura formalità e finiscono per sgretolare piuttosto che rafforzare il messaggio che vorrebbero portare in sé. Perciò alla giornata del 25 novembre, Giornata internazionale contro la violenza di genere, siamo chiamati a dare il senso più denso e concreto possibile, senso che possa sì esprimersi nelle varie manifestazioni ed eventi che per l’occasione vengono organizzati, ma possa anche travalicarli, per restare non come riflessione occasionale di un momento, ma come quotidiano stile di pensiero e di comportamento di ciascuno di noi. Perché proprio di ciascuno di noi si tratta quando si parla di violenza di genere. Siamo tutti coinvolti a vario titolo, tutti attori sulla scena dove, diversamente da quanto ancora in troppi credono, non è una fiction ad essere rappresentata, ma una delle più evidenti tragedie del nostro tempo, tragedia che non conosce confini né geografici né culturali e fa scorrere un contatore di morte (morte di corpo e di anima) che non può essere ignorato da nessuno. Per questo occorre parlarne e parlarne ogni giorno.

La violenza di genere si esprime intorno a noi, anche qui, nella nostra città e nella nostra regione, meno nascosta di quanto possa sembrare. Quasi sempre nasce nelle parole e colpisce le donne sin da quando sono bambine; parole “innocenti”, spesso tramandate da una tradizione socio-culturale ancora da molti ritenuta esemplare punto di riferimento, che sono acqua cheta che scava. Non di rado essa si maschera sotto appellativi edulcoranti (galanteria, spirito di iniziativa, intraprendenza, machismo…) e contemporaneamente maschera quel sottile senso di inadeguatezza che certi uomini provano di fronte alle donne che non corrispondono più al modello interiorizzato: le donne o sante o streghe. Per costoro se sante, le donne non avrebbero che da starsene col sorriso dipinto, immobili sugli altari; se streghe altro non meriterebbero che il rogo. E così passare dalle parole ai fatti è spesso un attimo; e i fatti non sono solo le percosse fino alla morte, non sono solo gli stupri, ma anche quelle molestie attraverso le quali si tenta il dominio e la prevaricazione sull’altro, magari approfittando del suo stato di difficoltà o di bisogno. Questa, purtroppo, è ancora quotidianità a cui nessuna, nessuna donna è sfuggita del tutto nel corso della sua vita.

Ma se parlarne è necessario, parlarne nel modo giusto è vitale, perché tanto la banalizzazione quanto l’esasperazione del tema sono ostacoli insidiosi per qualsiasi tentativo di risoluzione del problema. E purtroppo banalizzazione ed esasperazione caratterizzano il più delle volte gli agoni televisivi, specie in questi giorni in cui il mondo sembra aver improvvisamente scoperto il maschio alfa, come fosse razza finora sconosciuta e aliena, e la fanciulla modello Biancaneve che, sognando il principe, non pensa di doversi difendere dai nani. Questa in sostanza è la semplificazione che si sta facendo di un problema che semplice non è e che è invece tanto più complesso quanto più antico e duraturo. Verissimo è che il coraggio di parlare per chi è vittima di violenza ha tempi di maturazione lunghissimi, tempi che servono a metabolizzare almeno un poco il dolore e a superare la vergogna che sempre perseguita le vittime, ma si è sicuri di fare un buon servizio alla causa spettacolarizzando certe prese di coscienza, facendone tema di una narrazione superficiale in cui il sistema dei personaggi si stereotipizza e ripete sempre uguale, privo di sfumature, condito da lacrimoni scenografici, commenti inutili e applausi solidali di un pubblico che un attimo dopo è disposto ad esaltare il ripetersi di insulsi cliché in idiot-show come “Uomini e donne”? Non è, tanta banalizzazione, violenza anch’essa che si riversa sulle vittime più deboli, quelle che non sono attrici famose, non sono miss rampanti, e che con minore afflato solidale restano ad affrontare la quotidianità laddove i riflettori non ci sono e quel can can dei media risuona come voce di un mondo a parte, di un Eden dove tutto luccica e tutto può avvenire senza danno? Insomma, una cosa è la testimonianza, un’altra la teatralità, una cosa la condanna sacrosanta, un’altra la generalizzazione. Se il dolore diventa spettacolo, perde la connotazione di realtà per acquisire quella di finzione; e la finzione si archivia facilmente tra le favole, cosicché anche la possibilità di salvarsi nella percezione delle donne “comuni” finisce per diventare meno che una ipotesi remota. D’altro canto catalogare come violenza anche ciò che violenza non è, ribaltare la caccia alle streghe urlando al maschio in quanto maschio, rifiutare i distinguo tra un’azione inopportuna e una violenta, significa potenziare le difese dei colpevoli nella nebbia di un proverbiale se tutto è male niente è male.

E dunque impegniamoci tutti a riempire di senso la giornata del 25 novembre. La violenza di genere va denunciata. Parliamone sempre. E parliamone bene.

Anna R. G. Rivelli

(da "Il Roma" del 25/11/2017)


CULTURA
OBSISTENZA
15 luglio 2017

Il tema del n.4 della rivista Sineresi è l'obsistenza. La parola, ma soprattutto il significato per cui è stata coniata (modellandola sul verbo latino obsistere e contrapponendola al tanto abusato concetto di resilienza), ha suscitato grande interesse e condivisione, cosicché oltre ad essere stata utilizzata in tutti gli articoli del citato numero di Sineresi, sta diventando di uso comune tra quanti hanno avuto modo di conoscerla. Il suggerimento, provenuto da più parti, di proporla all'Accademia della Crusca come nuova parola della lingua italiana è stato perciò accolto e sembra che le segnalazioni siano state numerose, visto che OBSISTENZA compare sul sito dell'Accademia tra le parole più segnalate.

Mi sembra giusto, pertanto, chiarirne il significato cosicché possa essere utilizzata consapevolmente da chi ne fosse affascinato e, eventualmente, volesse contribuire a farla crescere segnalandola a sua volta all'Accademia della Crusca ( ecco il link utile per farlo http://www.accademiadellacrusca.it/it/lingua-italiana/parole-nuove/segnala-nuove-parole?parola=obsistenza ).

Qui di seguito, a scopo esplicativo, la trascrizione dell'Editoriale del n. 4 della rivista "SINERESI -il diritto di essere eretici"

L'OBSISTENZA

L’abbiamo chiamata obsistenza, perché obsistere è più che resistere, più che essere resilienti. L’abbiamo chiamataobsistenza perché obsistere è contrapporsi, opporsi, impedire. Ci interessa dell’Uomo lo slancio titanico talvolta dolente e persino rassegnato, talvolta eroico e pieno di aspettative. Ci interessa il sogno di chi crede di poter cambiare il mondo e la rabbia di chi non ci crede, ma non smette di lottare perché non smette di essere uomo. Ci interessa tutto ciò che è inequivocabilmente ed inesorabilmente contrario alla passiva accettazione di uno status quo, tutto ciò che si erge contro la deformazione personale/sociale nell’ottica dell’adattamento finalizzato alla propria mera sopravvivenza; ci interessa ciò che cambia il male e non ciò che cambia in male per poter restare. Per questo noi tutti parliamo di obsistenza e parliamo di poesia, di musica, di politica e narrativa, di arte… parliamo di cultura perché la cultura è per sua natura obsistente, perché la cultura è pensiero, è riflessione, è movimento e bellezza. La cultura è ciò che cambia lo sguardo per poter cambiare il paesaggio, è il mutamento del cielo che crea le stagioni; la cultura è scomoda, profetica, scandalosa, spesso arrabbiata; la cultura che ha bisogno di obsistere sperimenta l’angoscia, l’emarginazione, lo smarrimento, l’umiliazione, ma resta viva, viva e oppositiva e propositiva e salda nella sua lotta troppe volte denigrata e incompresa, mai suddita, mai sconfitta davvero.

L’abbiamo chiamata obsistenza perché è obsistere che si deve.

                                                                                                                    Anna R.G. Rivelli


CULTURA
SINERESI N.2
22 giugno 2016

A breve uscirà il nuovo numero di SINERESI il diritto di essere eretici, perciò il numero precedente da oggi è online in formato sfogliabile. Tema del numero è il corpo; lo speciale allegato è dedicato ai Quadri plastici di Avigliano; il Sineresi link è un catalogo dell'artista Arcangelo Moles recentemente scomparso. Buona lettura.

http://www.sineresiildirittodiessereeretici.it/page_7.html


CULTURA
SINERESI : DEL VIAGGIO DA E VERSO UNA CULTURA ERETICA
29 marzo 2015


Sineresi, dal greco Sun (con) e aireo (prendere, tenere) può essere tradotto con l’espressione “prendere insieme” ma per chi ha potuto o dovuto studiare il greco sa che dietro ogni parola si nasconde un concetto che spesso subisce violenza quando viene semplicemente traslato nella nostra lingua, un po’ come a dire che spesso tradurre vuol dire tradire. Il titolo della rivista non smentisce una conoscenza del greco laddove dimostra di essere un esperimento, un viaggio, un percorso, la trasposizione di un concetto molto più ampio e questa sfida appena iniziata, già da un primo sguardo, dimostra di non tradire le aspettative di ricerca che la muovono e il desiderio che fa da linfa: il diritto di essere eretici.
Diritto di essere eretici inteso come diritto di disegnare e ricercare costantemente nuovi canoni di indagine e di messa insieme di tutto ciò che nasce dalla consapevolezza della sfida dell’essere meridionali e dalla ricchezza culturale che ne deriva, nuovi occhi per guardare alla nostra storia come trampolino di lancio per riuscire a sentirsi cosmopoliti e cittadini del mondo ma con la gioia delle proprie radici.
Diritto di tracciare nuovi sentieri che nessuno prima d’ora ha avuto il coraggio eretico di battere e diritto di tenere “insieme” tante eresie che lungi dall’eliminarsi l’una con l’altra, si arricchiscono e si contaminano.
Diritto di non essere inchiodati e legati al pensiero ufficiale che tanto non vede perché troppo chiuso nei suoi canoni e nei suoi dogmi e praticare l’eresia senza che questa venga accettata e quindi inglobata nel pensiero ufficiale.
E se le eresie, come dice Bernabei nelle ultime pagine dello speciale allegato al primo numero, riuscissero a creare un non-luogo dove poter fare del confronto aperto e costruttivo l’unica mappa utile al raggiungimento della propria meta ?
Questo sembra essere la motivazione che incoraggia questo viaggio in cui ogni tappa arricchisce e dona senso alla ricerca, in cui ogni autore o autrice che mostra la propria arte all’interno di un percorso più grande porta con sé nuovi occhi e nuovi cammini.
È così che quel non-luogo inizia a prendere forma e a mostrarsi come spinta e insieme come obiettivo di questo viaggio che, va da sé, non dovrà mai trovare una conclusione in virtù del fatto che, come scrive Anna Rivelli citando Baudelaire, “i veri viaggiatori partono per partire e basta”. Un viaggio quindi che parte dalla Basilicata, dal sud e dai sud del mondo per non avere altra meta se non quella di mettersi in discussione e cercare domande e risposte in compagnia delle opere e delle vite degli artisti che creano e fanno rete. Unica linfa vitale: la cultura, la cultura intesa come sangue di ogni luogo.

                       
Rossella Croce

CULTURA
DIPHDA A TRAMUTOLA
3 agosto 2014

"Dama con ermgattino" Elaborazione grafica per la copertina di Luciana Ciolfi ed Antonio Dipersia


Il Circolo culturale Vincenzo Ferroni
presenta
l'ultimo romanzo di Anna R.G. Rivelli
"Diphda non è solo un gatto"

Mercoledì 6 agosto 2014
ore 18:30
Palazzo Terzella - Tramutola (Pz)

CULTURA
DIPHDA ... AD AVIGLIANO
26 giugno 2014


L'Associazione Culturale Lucanima e il Comune di Avigliano
 sono lieti d'invitarvi alla presentazione del romanzo di

Anna R.G. Rivelli 
"Diphda non è solo un gatto"

che si terrà nel Chiostro del Comune di Avigliano
il 29 giugno 2014 alle ore 18:30 

Saluti
ANNA D'ANDREA
 Assessore al Comune di Avigliano

Presentano
Dott.ssa  ANGELA MARIA SALVATORE

MARA SABIA
Poetessa-attrice, Presidente dell'Associazione Lucanima

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aprile