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Non è la libertà che manca. Mancano gli uomini liberi.
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SOCIETA'
LE MANCATE DISSOCIAZIONI DEL GARANTE (Dal livore per le minoranze all’esaltazione del fascio, fu tutta una distrazione)
12 dicembre 2017

“Eletto non nominato! come ama ripetere con piglio deciso”. Così Donato Fabbrizio scrive di Vincenzo Giuliano in un post pubblicato nella pagina facebook dell’Associazione dei Liberi e Forti di Basilicata il 29 novembre 2016. Eppure di questa elezione/non nomina la Basilicata ha grande memoria, perché fu necessario allora (nel 2014) affrettarsi a rimuovere più di qualche incompatibilità per poter affidare a Giuliano il ruolo di Garante, compresa quella del limite massimo di età, che da lì a pochi giorni sarebbe diventata irremovibile. Evidentemente, si potrebbe sospettare, non esisteva uomo più adatto di lui a ricoprire questo ruolo. Anzi di più, il ruolo si potrebbe dire creato di proposito per lui visto che, ci ricorda sempre Fabbrizio, è “ruolo istituito nella regione e mai ricoperto da nessuno prima di lui”. Sarà per questo che lo stringato comunicato diffuso sabato scorso da Giuliano per dissociarsi dal suo portavoce appare davvero poca cosa, troppo misero per poter fare chiarezza sulle agghiaccianti esternazioni diffuse a mezzo stampa da Nigro nei primi giorni di dicembre. Cominciamo col dire che Giuliano si dissocia da una sola delle due ultime note (quella del giorno 8 dicembre) e non da quella già fin troppo violenta ed offensiva pubblicata sul Roma il giorno 1 dicembre, nota nella quale in sostanza si attribuiva la colpa del femminicidio alle donne stesse, ree secondo lui/loro di emancipazione dalle situazioni di degrado familiare. Sarebbe doveroso, quindi, che il Garante si dissociasse senza mezzi termini anche dalla prima, abbandonando alla deriva il povero Nigro, sempre ammesso che possa farlo, sempre ammesso che la nota sia stata scritta solo a due e non piuttosto a quattro o persino a sei mani. Perché francamente due cose sono poco convincenti in questa storia: la prima è che Nigro possa aver fatto tutto da solo e che, non contento di aver già toppato la prima volta, abbia perseverato e rincarato la dose senza minimamente consultarsi con Giuliano; insomma, sarebbe una testa di ferro, e, obiettivamente, è difficile crederlo fino in fondo, a meno che non sia lui stesso a sacramentare di aver fatto maldestramente tutto di sua esclusiva iniziativa. Ma anche nell’ipotesi di questa evenienza, risulta strano credere (e questa è la seconda cosa poco convincente) che il Garante, la cui agiografica descrizione campeggia sulla pagina dei Liberi e Forti, non si sia accorto mai che da molti mesi il suo portavoce continuava a farla, sommessamente, sempre fuori dal vaso. Le due note citate, infatti, entrambe di dicembre, non sono le uniche sottoscritte da Nigro in qualità di portavoce e pubblicate negli ultimi mesi. Tra luglio e dicembre, infatti, ce ne sono state altre, tutte contenenti esternazioni molto al limite della condivisibilità per chi ricopre un ruolo di garanzia. Di luglio scorso è, ad esempio, un articolo apparso sul Roma in cui Nigro scrive frasi del tipo L’impegno politico viene solo riservato all’accoglienza dei profughi” e peggio “Qualche mente eccelsa ha pensato bene di sostituire con i migranti i giovani emigranti, adducendo la nobile motivazione dell’accoglienza, senza rendersi conto che in questo modo avviene automaticamente la sostituzione etnica e soprattutto religiosa”. Di agosto è invece un altro articolo innocuamente storico ( ma la storia non è mai innocua!) in cui si esaltano i “vescovi moralizzatori” che consideravano “i liberali uomini dissoluti” , si palesano sentimenti anti unitari e si chiosa con un “ I liberali non erano tanto liberali…. D’altronde oggi la situazione non è cambiata col pensiero unico neo-liberale”. Il 27 ottobre arriva poi una nuova nota sulla famiglia lucana. Anche qui il portavoce si esalta “La famiglia lucana, e non solo, è una risorsa importantissima, eppure è troppo trascurata di nostri politici, che sono impegnatissimi invece a fare tutt’altro: ad esempio, a difendere i diritti dei gay, delle coppie di fatto, dei figli pretesi ma non fatti, degli extracomunitari che approdano tutti con gli smartphone…”; continua così: “Questa società abietta e rinnegatrice dei valori morali fa di tutto e di più per tutte le minoranze pretendenti di diritti, ma non fa nulla per la famiglia, già disgregata dalla piaga del divorzio”. Poi, prima di scatenarsi con frasi del tipo “Noi abbiamo sempre combattuto contro i Saraceni”, “Certi atteggiamenti ci ricordano la lupara” o addirittura “era meglio il Fascio!”, Nigro propone una frase (“Già Lenin diceva: volete distruggere una società? Distruggete la morale! E quella vi cadrà in mano come una pera cotta! Neppure i sovietici avevano distrutto la famiglia…”) che deve essergli tanto cara da averla rispolverata pari pari nella sua nota dell’8 dicembre, quella da cui Giuliano dice di dissociarsi. Possibile che Giuliano in tutti questi mesi non si sia mai accorto di niente? Né dell’esaltazione del Fascio, né del livore contro “tutte le minoranze pretendenti di diritti”, né dei giudizi approssimativi sugli extracomunitari? Se anche fosse così, non sarebbe meno colpevole, perché la distrazione ad oltranza non è contemplata tra le doti di un Garante.

Ma nel comunicato diffuso sabato, Giuliano scrive anche: “In merito poi al movimento “Liberi e Forti di Basilicata” preciso che dal 2014 non ne faccio più parte", credendo evidentemente così di togliersi da qualsiasi imbarazzo. Purtroppo per lui, però, le testimonianze del fatto che proprio lui è stato amministratore unico della pagina facebook dei Liberi e Forti di Basilicata (per ben 8 anni e fino a tre o 4 giorni fa) restano negli screenshot e non è rimedio sufficiente ( anzi è piuttosto indice di “colpevolezza”) l’aver in fretta e furia ceduto il ruolo a quel Donato Fabbrizio (peraltro da lui stesso aggiunto al gruppo circa 5 anni fa) che, nella pagina del movimento politico, funge da portavoce del Garante, diffondendo a piene mani comunicati delle varie iniziative, compreso quello che, il 28 maggio, testimonia di un garante tanto super partes che va a parlare di fede ai ragazzi della scuola media La Vista. Inoltre, tanto per completare il quadro, lo stesso Giuliano da amministratore condivideva i post di “Fuoco vivo” (dopo le ultime polemiche magicamente spariti), band di propaganda ultracattolica, nata a Satriano di Lucania, e fondata, tra gli altri, da Rocco e Antonio Giuliano, due giovani musicisti che con il Garante non condividono probabilmente soltanto il cognome.

Alla luce di questo, forse opportuna sarebbe una verifica anche da parte di chi lo ha nominato ops! eletto) perché, benché sia ormai consuetudine (consuetudine a cui non vogliamo tuttavia abituarci) che le cariche vengano distribuite in rapporto a convenienze ed accordi politici e non già a meriti e idoneità ai ruoli, sarebbe già qualcosa se, tra gli sponsorizzati, si scegliessero almeno i meno peggio. Cosicché non basta fare adesso di Nigro il capro espiatorio, perché da quanto scritto negli ultimi sei mesi Giuliano doveva accorgersi e dissociarsi già da molto tempo. Discriminazione, omofobia, razzismo, approssimazione, populismo… tutte cose che si sintetizzano in quel “Era meglio il Fascio!” da cui un Garante avrebbe dovuto prendere distanze immediate e non solo apparenti.

Anna R. G. Rivelli


POLITICA
DA GLADIATORE A CALIFFO
21 luglio 2016

Ci volevano far credere che fosse un gladiatore, ce lo siamo ritrovato califfo; democraticamente eletto, per carità, ma la storia contemporanea ci insegna che in politica “democrazia” è la più stuprata delle parole. Continuavamo a sentir parlare di rivoluzione, ingenui forse da non capire che, come diceva Parini nell’Ortis foscoliano, “la fama degli eroi spetta un quarto alla loro audacia, due quarti alla sorte e l’altro quarto a’ loro delitti”. Oggi qualcuno parla del PD come di un acquario; ne parla a sproposito però, perché in un acquario ci stanno per lo più creature d’eccellenza, specie rare che “il cibo sicuro e l’assenza di predatori” se li guadagnano e pagano comunque offrendo a chi li guarda se stessi nel migliore degli aspetti possibili per quella cattività. Esattamente tutto il contrario di ciò che avviene nel Partito Regione dove da tempo va in scena il peggiore degli spettacoli ed il califfo ex gladiatore, che il potere lo ha ereditato e lo condivide in famiglia (sono questi i due quarti della sorte pariniana), si mostra progressivamente sempre più sprezzante non solo della società civile (il che è abitudine alquanto comune, varcato il confine dei vigilantes dei palazzi) ma persino degli altri frantumati e molteplici PD che stanno insieme solo con la tiritera scontata delle diverse anime del partito. Praticamente il PD lucano è la tautologia al potere: non esiste predicato che non serva a ripetere e rafforzare il soggetto; i processi che vengono governati sono quelli interni al partito, opere di canalizzazione di correnti che assorbono tutte le energie e annaffiano sempre gli stessi orti. Di che acquario parliamo! È una palude. Melmosa, maleodorante e viscida. Ci siamo sorbiti per due anni l’assessore Berlinguer (intimo di fratel Gianni), pescato nella lontanissima (coi treni che abbiamo) Toscana con solo un’inchiesta penale prescritta (ma senza proscioglimento nel merito) e solo una condanna della Corte dei Conti della Toscana che lo ha ritenuto ideatore di una truffa. Abbiamo un assessore alla sanità che si salva per la gonna, ma solo finché non si troverà un modello autunno/inverno di perfetta vestibilità, uno che consenta ampiezza di movimenti come se fosse un kilt. Gli altri sono assessori agli accordi presi e alle politiche del chi sono io. Ultima chicca è stata la presidenza della terza commissione regionale affidata al giovane Robortella, figlio di padre illustre e del sistema Vicino; una nomina più violentemente sprezzante non si poteva fare nei confronti di una regione che pure ha urlato con l’esito dell’ultimo referendum la sua volontà e tutte le sue preoccupazioni in rapporto al territorio e all’ambiente. Lacorazza non andava bene; per amor del cielo, possiamo anche credere che anche lui utilizzi la questione ambiente (dente che duole alla nostra comunità) per un proprio interesse politico, ma almeno si poteva sperare che una volta tanto l’interesse di uno coincidesse con quello comune. E invece no, il califfo deve governare incontrastato che già cattiva figura una volta ha fatto con Renzi. Ma gli altri, brava gente, dove siete? A far calcoli e tavoli e accordi e alleanze e chiacchiere e consigli che sembrano riti tribali propiziatori di qualche spirito magno? Non possiamo credere nelle battaglie di minoranze che alla fine fanno sempre corona. E fate uno scatto di reni, diamine! Altrimenti non siete altro che quei ridenti centurioni con le armi di cartone, buoni a far selfie mentre qualcuno danneggia il Colosseo.

Anna R.G. Rivelli


CULTURA
SINERESI ONLINE
9 aprile 2016

Il trimestrale di arte e cultura

SINERESI

Il diritto di essere eretici

è ora anche online in versione sfogliabile

in italiano, inglese e spagnolo

sul sito

www.sineresiildirittodiessereeretici.it

All’uscita di ogni nuovo numero, sarà reso disponibile il numero precedente




CULTURA
SINERESI AD AVIGLIANO
8 settembre 2015


Venerdì 11 settembre 2015
ore 18:30

Chiostro del Comune
Avigliano (Pz)

CULTURA
I "LEVISMI" DI UNA CLASSE POLITICA ARRETRATA
21 giugno 2015


Levi è un fatto. Il levismo, come molti “ismi”, una degenerazione di maniera. Levi è la storia, il levismo l'antistoria. Levi è stato lo sguardo su un presente che urlava bisogno di futuro; il levismo è lo sguardo a un passato che si vuole trasformare in zavorra per il presente. La questione non riguarda pertanto Levi e la Basilicata di allora, ma riguarda noi e la Basilicata di oggi che, certamente figlia del suo passato, come tutti i figli ha un suo proprio DNA che la rende diversa e unica. La stessa pena che prova pertanto il Di Consoli nei confronti di chi vorrebbe “superare il levismo” la si può a ragione provare nei confronti di una pubblicazione fatta a spese della cittadinanza, la rivista Appennino edita dal Consiglio Regionale della Basilicata, nella quale ben sessantadue pagine ci parlano, riparlano e straparlano di Levi, mentre qua e là ricompaiono foto di placidi buoi e donne ruspanti col “maccaturo” in testa. Ma le ragioni di una scelta così all'avanguardia ce le spiega Piero Lacorazza (componente del comitato di direzione insieme ai consiglieri Polese, Castelluccio, Mollica e a quel Galante che forse perciò non trova tempo di dare risposte ai cittadini auditi in IV commissione) non tanto sulla rivista stessa, ma su facebook dove scrive in similrenzese “Le ragioni di Appennino. È anche APP è anche PENNINO”. In realtà app va tanto di moda e il pennino deve essere appunto quello originalissimo che spicca in copertina, esemplato -diciamo così- sul noto logo di una casa editrice lucana. Il nocciolo della questione, dunque, non è Levi ( che oggi, da testimone spassionato, aborrirebbe dal levismo guardando a questa Basilicata ), ma il mai progettato progetto culturale della Regione Basilicata che, con la modica cifra di circa tre milioni di euro, ha avuto il barbaro coraggio di presentare all'Expo di Milano un padiglione a metà tra una Ikea in allestimento ed un rifugio Caritas, in cui spiccava la voce di una abortita contemporaneità nel suono fastidiosissimo degli enormi campanacci gettati all'ingresso a testimoniare l'arretratezza drammatica di tutta una classe dirigente. È penoso dover denunciare sempre il medesimo andazzo, così penoso da far passare la voglia di fare domande come di attendere risposte tanto da un Presidente Pittella, afasico o inconcludente di fronte ai quesiti più scomodi (petrolio docet), quanto da un partito regione che questo andazzo lo conosce bene ma lo denuncia evidentemente solo in campagna elettorale -come per la questione Zetema di Matera- dimostrando di voler essere difensore non dei cittadini, giammai della cultura, ma solo dei propri particolari interessi. Eppure sarebbe un diritto di tutti sapere quanto costa una pubblicazione, sulla base di cosa in Regione si acquistano libri, si erogano contributi o si distribuiscono stelle al merito, per quali diritti acquisiti vengono gettonati sempre gli stessi cantori, se non è almeno un tantinello confliggente con l'interesse pubblico che il direttore di una delle testate lucane più importanti venga “arruolato” a una qualche sequela. Sarebbe un diritto, è un diritto. Ma le risposte -si sa- in Regione Basilicata si possono attendere dalla Corte dei Conti e dalla Magistratura, non da altri.
Per questo Levi non c'entra nulla, non ha bisogno di difensori né di detrattori, ha bisogno di essere giustamente collocato e non evocato come uno spirito inquieto nell'angoscia di un lutto mai elaborato. La Basilicata necessita invece di una narrazione che la restituisca alla contemporaneità, che ne accentui le potenzialità perché si trasformino in atto, che non sia solo trito studio antropologico, per certi versi antropofagizzante rispetto al presente. Ed ha bisogno di libertà, di una libertà che la svincoli dai quei meccanismi feudali che la costringono a guardare al passato perché al presente è più prudente non guardare, perché dare voce a qualcuno non fidelizzato potrebbe tornare scomodo, perché prospettare un orizzonte più articolato potrebbe far perdere il controllo al dominus di turno, perché non di soli parquet, francobolli e provoloni silani si vive in Regione, ma anche di mance che chiudono bocche. Ma certo Levi è il migliore di noi, perché come dice Leo Longanesi “Non è la libertà che manca, mancano gli uomini liberi”.

                                    Anna R.G. Rivelli

POLITICA
È SUONATA L’ORA DELLA CHIAREZZA
12 maggio 2015


Lettera aperta a Marcello Pittella


Gentile Governatore,

pare sia buona norma non perdere la fiducia nelle Istituzioni, per questo mi rivolgo a lei da semplice cittadina quale io sono, consapevole però fino in fondo della dignità e del rispetto che tale ruolo esige da parte di chi è chiamato a rappresentarci. Non che speri tanto in una risposta, per la verità; di solito lei risponde a chi la osanna o a chi la insulta, perché entrambe le cose (la seconda anche più della prima) le fanno molto gioco, proiettandola in quell’empireo di santi martiri nel quale, pur se un po’da clandestini, non fa mai male accomodarsi. A me, che non rientro in nessuna delle due categorie, non ha mai risposto se non raramente e solo per differire le questioni in causa; peraltro la linea del silenzio l’accomuna ai suoi assessori (alcuni dei quali fingono di non vedere, non sentire e…non leggere) e a certe sue commissioni che passano il tempo ad audire cittadini, a scandalizzarsi inverosimilmente, per poi chiudere le vicende più becere di questa regione in un cassetto che un giorno o l’altro, stiamone certi, riaprirà la magistratura. Ma tant’è. Il Governatore è lei ed è da lei a questo punto che bisogna pretendere risposte chiare che non arzigogolino più tra odor di complottismo e ottimismo renzocratico.

La questione è sempre quella del petrolio ed oggi riesplode (pur non essendosi in realtà mai assopita) proiettando innumerevoli ombre sinistre sulle sue parole, sulle sue rassicurazioni, sulle sue lettere piccate alla Rai, sulle sue interpretazioni autentiche alle quali pure sembrava giusto credere; perché badi, Governatore, anche se queste nostre Istituzioni la fiducia non è che se la siano proprio mai ben meritata, rimane sempre in chi è idealista un certo desiderio di rifuggire dalla tentazione di attribuire malafede a prescindere. Ecco perché credo sia suonata davvero l’ora della chiarezza, perché per come si stanno ingarbugliando le cose, tra la malafede e la dabbenaggine (entrambe odiose e pericolosissime), gentile dottor Pittella, non mi pare che ci sia molto da scegliere. Delle due l’una, infatti: o insieme al suo nume fiorentino ci ha fregati tutti ,oppure si è fatto fregare anche lei dal re delle televendite governative al quale, se così fosse, dovrebbe per coerenza almeno dare il benservito. Sta di fatto che di tutto quello che ci ha detto (o che ci ha fatto bere) non abbiamo più certezza e francamente un po’ fa anche paura il fatto che a difenderci dall’aggressione centralistica sia lo stesso illustre costituzionalista che avrebbe convinto anche lei (ma lei aveva davvero bisogno di essere convinto?) a non impugnare il famigerato articolo 38.

La questione brucia, brucia tanto specie a chi ha voluto crederle, ma so che è assai probabile che lei non mi risponda. Vuol sapere, però, cosa mi ha detto una classe di diciottenni in merito alle sue decisioni sulla questione petrolio? “Se fa il bene nostro, al massimo può restare Governatore; se non lo fa, può diventare sottosegretario come il suo predecessore”. Faccia almeno in modo che, in tanta assoluta disillusione, non abbiano ragione loro.

                            Anna R.G.Rivelli


CULTURA
SINERESI : DEL VIAGGIO DA E VERSO UNA CULTURA ERETICA
29 marzo 2015


Sineresi, dal greco Sun (con) e aireo (prendere, tenere) può essere tradotto con l’espressione “prendere insieme” ma per chi ha potuto o dovuto studiare il greco sa che dietro ogni parola si nasconde un concetto che spesso subisce violenza quando viene semplicemente traslato nella nostra lingua, un po’ come a dire che spesso tradurre vuol dire tradire. Il titolo della rivista non smentisce una conoscenza del greco laddove dimostra di essere un esperimento, un viaggio, un percorso, la trasposizione di un concetto molto più ampio e questa sfida appena iniziata, già da un primo sguardo, dimostra di non tradire le aspettative di ricerca che la muovono e il desiderio che fa da linfa: il diritto di essere eretici.
Diritto di essere eretici inteso come diritto di disegnare e ricercare costantemente nuovi canoni di indagine e di messa insieme di tutto ciò che nasce dalla consapevolezza della sfida dell’essere meridionali e dalla ricchezza culturale che ne deriva, nuovi occhi per guardare alla nostra storia come trampolino di lancio per riuscire a sentirsi cosmopoliti e cittadini del mondo ma con la gioia delle proprie radici.
Diritto di tracciare nuovi sentieri che nessuno prima d’ora ha avuto il coraggio eretico di battere e diritto di tenere “insieme” tante eresie che lungi dall’eliminarsi l’una con l’altra, si arricchiscono e si contaminano.
Diritto di non essere inchiodati e legati al pensiero ufficiale che tanto non vede perché troppo chiuso nei suoi canoni e nei suoi dogmi e praticare l’eresia senza che questa venga accettata e quindi inglobata nel pensiero ufficiale.
E se le eresie, come dice Bernabei nelle ultime pagine dello speciale allegato al primo numero, riuscissero a creare un non-luogo dove poter fare del confronto aperto e costruttivo l’unica mappa utile al raggiungimento della propria meta ?
Questo sembra essere la motivazione che incoraggia questo viaggio in cui ogni tappa arricchisce e dona senso alla ricerca, in cui ogni autore o autrice che mostra la propria arte all’interno di un percorso più grande porta con sé nuovi occhi e nuovi cammini.
È così che quel non-luogo inizia a prendere forma e a mostrarsi come spinta e insieme come obiettivo di questo viaggio che, va da sé, non dovrà mai trovare una conclusione in virtù del fatto che, come scrive Anna Rivelli citando Baudelaire, “i veri viaggiatori partono per partire e basta”. Un viaggio quindi che parte dalla Basilicata, dal sud e dai sud del mondo per non avere altra meta se non quella di mettersi in discussione e cercare domande e risposte in compagnia delle opere e delle vite degli artisti che creano e fanno rete. Unica linfa vitale: la cultura, la cultura intesa come sangue di ogni luogo.

                       
Rossella Croce

CULTURA
SINERESI
11 marzo 2015


     

Presentazione di

Sineresi
Trimestrale di arte e cultura


INTERVENTI

Saluti
FRANCO SABIA
Direttore Biblioteca Nazionale Potenza

VITO SANTARSIERO
Presidente Commissione Affari Istituzionali
della Regione Basilicata
“La cultura come fattore di sviluppo per il territorio”

ORESTE LO POMO
Caporedattore Rai Basilicata
“I processi culturali nella Basilicata contemporanea”

LUCIA SERINO
Direttore Quotidiano del Sud
“Cultura e informazione”

ANNA R. G. RIVELLI
Direttore Sineresi
“Il diritto di essere eretici”

Coordina
LOREDANA COSTANZA
Giornalista


BIBLIOTECA NAZIONALE
Via del Gallitello 100 Potenza
Mercoledi 18 marzo 2015
ore 18:00

SOCIETA'
A PARTIRE DA ANGELA riflessioni su una metamorfosi
23 marzo 2014


In una terra vessata da mille problemi di natura economica, politica, sociale ecc...attenzione a non trasformare in nemici anche i probabili alleati (Lettera al direttore del Quotidiano della Basilicata)

Cara Lucia,

dopo aver letto sul giornale di sabato il tuo intervento a difesa di Angela Pepe (alla quale, per quello che può contare, vorrei far giungere la mia piena solidarietà) ho percepito drammaticamente quello che davvero, al di là dei singoli episodi, sta accadendo in questa regione e ne sono rimasta tristemente costernata. Conosco la Professoressa Colella come persona competente e appassionata e nel contempo so quanto, e soprattutto con quante e quali difficoltà, il Quotidiano si spenda per fornire ogni giorno un’ampia e corretta informazione; il corto circuito che si è determinato negli ultimi giorni mi sembra pertanto un riflesso della complessa metamorfosi che la nostra società sta subendo nel tentativo di difendersi da quel malefico innesto politico-affaristico-giudiziario che in Basilicata sta producendo frutti sempre più abbondanti e sempre più velenosi. L’altra sera, scherzando con gli amici di Hyperbros, tweettavo che ormai per avere notizie rasserenanti non ci resta che guardare “Chi l’ha visto” e “Amore criminale”; voleva essere un paradosso, ma alla fine forse non lo è, perché a sfogliare le pagine dei giornali ( e dico proprio, se non soprattutto, del tuo giornale) non possiamo non accorgerci che al degrado ambientale e paesaggistico della nostra terra corrisponde, maggiorato almeno al 200 o 300%, un degrado morale che, se fino a qualche tempo fa ha lasciato i più sostanzialmente distratti e indifferenti, oggi, dopo essere passato al vaglio di una necessaria e accresciuta consapevolezza, sta eccitando nella gente come un grado di ferinità che finisce per coinvolgere nell’attitudine all’offesa anche quelli che, in realtà, si sono forse armati soltanto per difendersi. Credo che ciò dipenda dal senso tremendo di impotenza che stiamo avvertendo di fronte agli annunci inconsistenti e alle rivoluzioni farlocche che continuano a sbeffeggiare qualsiasi resistenza e ogni tentativo dei cittadini di riappropriarsi delle proprie prerogative democratiche; ci stiamo così alienando il diritto ad un’onesta e consapevole equidistanza (da non confondersi con un’apatica e comoda netraulità) e siamo spinti inconsciamente a catalogare gli altri in sole due categorie, quella degli alleati e quella dei nemici, incapaci alla fine di individuare le infinite gradazioni e sfumature che esistono, per fortuna, tra l’una e l’altra. È questo l’effetto che crea il profondo abisso (che tuttavia non inghiotte ma amplifica la spudoratezza delle parole dei vari e multiformi Moretti) che separa la stentata sopravvivenza di tanti lucani dalla tronfia e opulenta tracotanza di pochi; è questo l’istinto che viene aizzato da quel vortice di nomi illustri sempre legato a notizie di reati o di sopraffazioni o di ruberie che vengono perpetrati a danno della comunità tutta e che spesso restano impuniti o almeno indefiniti perché prescritti, o dimenticati a suon di intimidazioni e querele nei confronti di chi (i giornalisti!) li denunciano. Come può la Basilicata non fare più caso alle circostanziate denunce del Procuratore Oricchio o, peggio, alla sensazione concreta - sottoscritta tra gli altri da Felice Casson- che nella città di Matera non esista o sia stata abrogata ogni forma di tutela penale della salute dei lavoratori”?

Insomma, questa specie di odio crescente che contrappone per bizantini malintesi parti che potrebbero essere alleate, è il frutto più amaro di questa nostra tanto deprecabile stagione; ma attenzione: è frutto solo apparentemente spontaneo, in realtà invece coltivato in serra da chi conosce l’effetto paralizzante di certi veleni.

Perciò Lucia, in una forse insolita veste da paciere, dalle pagine del tuo giornale vorrei appellarmi a tutti i miei concittadini, a tutti i Lucani, perché non si cada nella trappola della divisione e non si segnino con la barriera del sospetto confini che potrebbero piuttosto essere ponti. E vorrei dire a quanti ci governano ai livelli più vari e se ne stanno, a torto o a ragione, serenamente adagiati nella loro posizione di conquistato privilegio, nel loro meritato o immeritato potere, nella loro vera o presunta innocenza, nelle assolute casualità delle strategie affaristiche familiari, nella certezza di una lenta impunita giustizia, forse anche nella sofferenza di un degrado che non si riesce più a gestire, a tutti loro vorrei chiedere di evitare qualsiasi forma di superficialità e di arroganza; ci sono segnali, signori miei, che sono come una febbre, un sintomo e non la malattia. E le febbri non vanno trascurate perché non sempre banali sono le influenze. Attenzione, vi dico, perché si è al sicuro finché nel recinto le belve si sbranano tra loro. Dopo, da sbranare, non resteranno che i guardiani.

                       Anna R.G. Rivelli


POLITICA
E ALLA FINE GIUNTA FU
31 dicembre 2013

E alla fine Giunta fu: quattro esterni, quattro “stranieri” di stampo Pittell-europeo. In realtà a dare fiducia è solo la presenza di Flavia Franconi, non proprio perché donna –e quindi pacificatrice dei sensi di colpa di genere- ma soprattutto perché specializzata in psichiatria e quindi probabilmente capace di decifrare la schizofrenia della politica lucana, del Pd e, pardon, del neoeletto Presidente; e – se vogliamo dirla tutta- anche quella della sottoscritta che oscilla tra la delusione e l’apprezzamento, passando per la sensazione infame di aver previsto (da semplice cittadina e come tanti altri semplici cittadini) gli scenari che si sarebbero aperti nel dopo elezione, cioè quei “lacci, lacciuoli, pastoie e paludi” che più volte il Gladiatore orbo ha tirato in ballo nel suo video ai Lucani (  http://www.ilquotidianodellabasilicata.it/video/720914/Il-video-di-Marcello-Pittella-.html ). Per questo sembra giusto provare a mettersi da una parte e dall’altra di quel tavolo di vetro su cui il Presidente nervosamente snocciola nomi e curricula (noti forse al fratello Gianni più che a lui) dei supereroi che dovrebbero traghettarci in Europa senza aereoporti, senza ferrovie e senza nemmeno le strade.

DAVANTI AL TAVOLO. Gentile Presidente, forse dovrei ringraziarla per aver dato ragione a me e a quanti come me (53% di astenuti + 8% di schede bianche) hanno ben capito che votare , e specialmente votare Pd, non sarebbe servito a nulla. Se tra tanti eletti, infatti, non si è potuto trovare nessuno degno o capace o libero da quelle trappole che adesso Le insidiano il cammino, se tra la lista del Pd, quella del Presidente e il Listino nessuno ha avuto il coraggio di aspirare al letto chiodato di un assessorato piuttosto che a quello caldo del capogruppo, nessuno ha fatto un passo indietro per il bene comune e nessuno ha saputo proporre di meglio che se stesso o qualche avanzo della precedente legislatura, me lo spiega Lei che razza di uomini (e dico uomini perché di donne non ce n’erano quasi) sono stati proposti agli elettori? E perché questi magnifici quattro usciti all’improvviso dal cilindro non sono stati da Lei scelti per il listino? Per completare la Sua rivoluzione in realtà sarebbe stato necessario nominare un ennesimo esterno “straniero”, vale a dire il Presidente, poiché chi come Lei ha vissuto (anzi, è sopravvissuto) anche grazie al sostegno di Sua Antezza e non si è sciolto prima dalle spire mortifere di certi compagni di ventura, difficilmente riuscirà ad essere libero fino in fondo e prima o poi, a spizzichi e bocconi, dovrà cedere qualcosa, dovrà scendere a patti, dovrà rispondere ad appelli di una politica che non ha nessuna intenzione di sciogliere i nodi gravi del tipo Robortella, che è invischiata negli scandali dei concorsi, che si è accorta all’improvviso e come per incanto delle emergenze ambientali per le quali i cittadini da lungo tempo avevano gridato. Sulla qualità degli assessori nulla da dire, né in bene né in male, finché non si metteranno al lavoro; un incubo, però, aleggia sopra un esecutivo di tecnici di altissimo profilo; è l’incubo legato al ricordo del Governo Monti, tanto osannato in primis per i suoi illustri bocconiani, e poi rivelatosi tra i peggiori, col ghigno della Fornero a gravare imperdonabilmente sui più indeboliti dalla crisi. E poi c’è l’aggravio di spesa. Anche Lei voleva per questo una Giunta di tutti interni, ma non Le è stato possibile… e così, ancora una volta, dà ragione a me. Lei non è libero fino in fondo.

DIETRO AL TAVOLO. Cambiare, ridare dignità alla politica, occuparsi del bene di tutti…se gli slogan rimangono slogan, ben muoia Sansone con tutti i Filistei. Non ho fiducia che questo Presidente sia l’uomo giusto, ma –vivaddio- mi posso anche sbagliare; non è libero, ma pare voglia liberarsi; ha fatto patti prima delle elezioni, ma pare non voglia farne più. Questo per certi versi è troppo comodo, per altri versi no. “Lacci, lacciuoli, pastoie e paludi” non sono propriamente i migliori strumenti di governo né giovano al bene comune e perciò iniziare a spezzarli è un dovere di chiunque voglia tentare il cambiamento. Ma i patti? I patti non si rispettano? Dipende dai patti; ci sono quelli il cui rispetto è tassativo solo per certi “uomini d’onore”, non per gli altri. I patti negativi, le spartizioni, gli inciuci, il do ut des sono proprio quello che non serve più alla Basilicata ( e all’Italia tutta), ma venirne fuori, dopo anni e anni di allegre compagnie di merende, è complicato assai; si potrebbe farlo più in fretta solo con un potente elettroschock, ma dalle convulsioni indotte non si sa mai come si esce, se migliori o peggiori di prima. E allora, senza facile entusiasmo, speriamo tuttavia nel cambiamento e soprattutto nel cambiamento di logiche e mentalità distorte che ci hanno portato fin qui, perché questa politica, che proprio con la nomina di questa Giunta pare sconfessare se stessa, in fondo riesca a ritrovare una sua dignità.

                         Anna R. G. Rivelli


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