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DA GLADIATORE A CALIFFO

Ci volevano far credere che fosse un gladiatore, ce lo siamo ritrovato califfo; democraticamente eletto, per carità, ma la storia contemporanea ci insegna che in politica “democrazia” è la più stuprata delle parole. Continuavamo a sentir parlare di rivoluzione, ingenui forse da non capire che, come diceva Parini nell’Ortis foscoliano, “la fama degli eroi spetta un quarto alla loro audacia, due quarti alla sorte e l’altro quarto a’ loro delitti”. Oggi qualcuno parla del PD come di un acquario; ne parla a sproposito però, perché in un acquario ci stanno per lo più creature d’eccellenza, specie rare che “il cibo sicuro e l’assenza di predatori” se li guadagnano e pagano comunque offrendo a chi li guarda se stessi nel migliore degli aspetti possibili per quella cattività. Esattamente tutto il contrario di ciò che avviene nel Partito Regione dove da tempo va in scena il peggiore degli spettacoli ed il califfo ex gladiatore, che il potere lo ha ereditato e lo condivide in famiglia (sono questi i due quarti della sorte pariniana), si mostra progressivamente sempre più sprezzante non solo della società civile (il che è abitudine alquanto comune, varcato il confine dei vigilantes dei palazzi) ma persino degli altri frantumati e molteplici PD che stanno insieme solo con la tiritera scontata delle diverse anime del partito. Praticamente il PD lucano è la tautologia al potere: non esiste predicato che non serva a ripetere e rafforzare il soggetto; i processi che vengono governati sono quelli interni al partito, opere di canalizzazione di correnti che assorbono tutte le energie e annaffiano sempre gli stessi orti. Di che acquario parliamo! È una palude. Melmosa, maleodorante e viscida. Ci siamo sorbiti per due anni l’assessore Berlinguer (intimo di fratel Gianni), pescato nella lontanissima (coi treni che abbiamo) Toscana con solo un’inchiesta penale prescritta (ma senza proscioglimento nel merito) e solo una condanna della Corte dei Conti della Toscana che lo ha ritenuto ideatore di una truffa. Abbiamo un assessore alla sanità che si salva per la gonna, ma solo finché non si troverà un modello autunno/inverno di perfetta vestibilità, uno che consenta ampiezza di movimenti come se fosse un kilt. Gli altri sono assessori agli accordi presi e alle politiche del chi sono io. Ultima chicca è stata la presidenza della terza commissione regionale affidata al giovane Robortella, figlio di padre illustre e del sistema Vicino; una nomina più violentemente sprezzante non si poteva fare nei confronti di una regione che pure ha urlato con l’esito dell’ultimo referendum la sua volontà e tutte le sue preoccupazioni in rapporto al territorio e all’ambiente. Lacorazza non andava bene; per amor del cielo, possiamo anche credere che anche lui utilizzi la questione ambiente (dente che duole alla nostra comunità) per un proprio interesse politico, ma almeno si poteva sperare che una volta tanto l’interesse di uno coincidesse con quello comune. E invece no, il califfo deve governare incontrastato che già cattiva figura una volta ha fatto con Renzi. Ma gli altri, brava gente, dove siete? A far calcoli e tavoli e accordi e alleanze e chiacchiere e consigli che sembrano riti tribali propiziatori di qualche spirito magno? Non possiamo credere nelle battaglie di minoranze che alla fine fanno sempre corona. E fate uno scatto di reni, diamine! Altrimenti non siete altro che quei ridenti centurioni con le armi di cartone, buoni a far selfie mentre qualcuno danneggia il Colosseo.

Anna R.G. Rivelli


Pubblicato il 21/7/2016 alle 13.37 nella rubrica Diario.

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